L’idea è buona. Un pugno di falliti compra un casale per farne una struttura agrituristica. I camorristi pretendono il pizzo ma il gruppetto decide di ribellarsi guidato da un comunista impenitente. “Noi e la Giulia” di Edoardo Leo, con tra gli altri Luca Argentero, Carlo Buccirosso e Claudio Amendola è un film per sognatori di sinistra.

Quintali di carne al fuoco e alla fine vince la paura. Forse. Al pronti-via, un frustrato di bell’aspetto, un fascista sbruffone e un paranoico incapace. Sopraggiungeranno un comunista combattente, un ambiguo camorrista e una ragazza scialba in apparenza. Se fosse musica da camera sarebbe Buñuel. Niente da dire sul confronto tra fascista e comunista. Edoardo Leo scrive la sceneggiatura con Marco Bonini e lavora di vernice e pennello. Carica la personalità del comunista-coraggioso che non si cala le braghe davanti alla camorra e odia gli sfruttatori; coglie i contorni del fascista d’inizio secolo, sloganista e contraddittorio.

Film “interessantino” che promette bene ma si dà in modo ruvido. Da una parte l’Italia della mafia dall’altra quella degli onesti, guidati da extracomunitari e uomini di sinistra. È o non è un modo per ridicolizzare il motto del fascista furbacchione: “l’Italia agli italiani”? Repliche e controrepliche scontate. Il dessert è la Serenata per archi op. 22 di Antonin Dvorak brano prediletto da uno dei camorristi che viaggia in Alfa Romeo e ascolta “il Trovatore” di Verdi.

La bellezza non salverà il mondo. Anzi non c’entra nulla col mondo. Il signor Leo, protagonista di “Un medico in famiglia”, lancia la sua sfida ai paroliberisti innamorati di Dostoevskij. Chiusa: non si offendano i fanfarofascisti, ma sono razze da commedia. E il botteghino dice sì.

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