ROMA- “La mafia teme la scuola più della giustizia, l’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. A tal proposito sarebbe onesto chiedersi: stiamo seguendo l’insegnamento che ci ha lasciato il giudice Antonino Caponnetto? Purtroppo credo proprio di no! I baby killer sono l’ultima leva criminale dei clan, pronti a tutto, anche a uccidere per pochi euro. Le mafie sono diventate più astute e spregiudicate  e ricorrono sempre più spesso ai minorenni per evitare arresti e processi. I boss spesso fanno ricorso ai “picciriddi”. La mia più grande preoccupazione riguarda la capacità di presa che la mafia riesce ancora ad avere su molti giovani: segno che la controffensiva culturale della scuola, della famiglia e della società civile ha ancora molte crepe. L’uso di minori sotto i quattordici anni è divenuto ormai una consuetudine delle mafie dal nord al sud d’Italia. Vengono utilizzati per rapine, furti, estorsioni e di frequente per omicidi su commissione. Molti di questi ragazzi non sono più coartati ma affascinati dalla vita criminale. Il loro modello imitativo è il “boss” ricco, temuto e riverito da tutti. Il modo più efficace per dare un futuro a questi bambini è dotarli di un’istruzione adeguata, ma le loro possibilità di continuare gli studi oltre le scuole d’infanzia sono davvero risicate al lumicino. In tutti questi anni di esperienze vissute sul campo ho acquisito la consapevolezza che questi minori possono essere salvati in quanto non di rado hanno buone capacità di apprendimento e se potessero proseguire gli studi ne troverebbero sicuramente giovamento. Gli esempi che mi confortano in questa mia convinzione provengono dal lavoro estenuante di uomini come don Peppe Diana e Don Pino Puglisi secondo i quali la scolarizzazione era, ed è, fondamentale perché spesso i ragazzi in queste condizioni nella scuola trovano un luogo che parli loro un linguaggio umano diverso da quello “delinquenziale” che sono soliti ascoltare. Ma l’Italia, con tagli sempre più incisivi al mondo dell’istruzione, sembra essere sorda agli insegnamenti del mio compianto maestro Caponnetto. Una scuola, quella dell’obbligo, dove manca una mirata e costante educazione alla legalità. Le associazioni, come la nostra Scuola di Legalità in memoria proprio di don Peppe Diana, che si occupano di sopperire a queste mancanze con continui progetti, nonostante l’impegno e la tenacia, non possono colmare fino in fondo così forti carenze educative. Sono fermamente convinto che il peggior nemico della mafia sia la scuola. Sono altrettanto convinto che non investire nella scuola nel prossimo futuro,  direttamente o indirettamente, significa essere contigui alle mafie. Condivido il pensiero di Saviano che nelle zone a rischio le aule devono essere disponibili tutto il giorno per favorire cultura e socialità, aggiungerei soltanto l’impegno dello Stato ad investire tutte le risorse economiche possibili nell’istruzione e nell’educazione delle nuove generazioni potenziando l’offerta educativa della scuola soprattutto nel settore  della educazione civica.

Vincenzo Musacchio – direttore Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise


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