L’immancabile annuale edizione «millesimata» del Vocabolario della lingua italiana della Zanichelli, ovvero «loZingarelli2016», a cura di Mario Cannella e di Beata Lazzarini, registra tra le 500 nuove parole del 2015 la voce disposofobìa s. f., definita «● (psicol.) paura ossessiva di eliminare oggetti, abiti ecc. e conseguente tendenza patologica ad accumularli».

Che mi ha fatto, confesso, sussultare. Perché, senza conoscere il termine, mi riconosco tra gli affetti da «disposofobia». Insomma, sarei un disposofòbico (secondo il derivato debitamente registrato nel dizionario). Un «disposofobico» non però patologico, come era invece, mi dicono, un certo personaggio camilleriano…, che conservava tutto, anche cose irriferibili. Nell’ordine disordinato del mio studio ho sempre avuto la tendenza ad ammucchiare libri, carte, fotocopie ecc., piuttosto che smaltirli debitamente. Con problemi di spazio, e giustificate (quanto inascoltate) proteste di moglie e figlia, come ognuno può immaginare.

Se leggere (o studiare?) i dizionari serve poco ad accrescere la propria competenza lessicale, che segue altre vie, non c’è dubbio però che, in questo caso, il dizionario ha ridotto, almeno per una voce tecnica, la mia incompetenza linguistica. Nel momento in cui cioè mi ha mostrato come l’italiano ha lessicalizzato un concetto, un’idea che io già possedevo per esperienza diretta (la tendenza ad accumulare carte, con disordine vario, che non si ritrovano mai al momento giusto).

Oltre al nuovo termine disposofobìa, lo Zingarelli fornisce altre informazioni Mi indica infatti l’etimologia e nel contempo la data di prima attestazione, ovvero preceduto dal simbolo solare quasi la data «di nascita» in italiano del termine: «[comp. dell’ingl. dispos(e of) ‘eliminare, smaltire’ e -fobia ☼ 2010]».

A questo punto, però, mi rendo conto, per il mestiere che faccio, che l’etimologia indicata dalla redazione zanichelliana è in parte fuorviante. Si fornisce infatti un etimo ibrido: per metà inglese e per metà italiano, come se fosse stato l’italiano a costruire il composto. Per il dizionario si tratterebbe quindi di un etimo «sincronico», ovvero si presenta la voce come neoformazione, come composto formato in italiano. Quando invece si tratta di un anglo-americanismo. L’etimologia è in realtà «diacronica». La voce anglo-americana è infatti disposophobia. Si tratta invero di un «prestito», magari «di necessità» (per i neopuristi), adattato fonologicamente e graficamente all’italiano.

Se, quanto alla origine del composto, non si tratta di un composto (ibrido) creato in italiano, anche la struttura formale del composto è in realtà indicata in maniera fuorviante. Il composto non è costituito dal «verbo dispose of + il nome phobia» che funge da «testa semantica» a destra, ma piuttosto dal «nome disposal ‘eliminazione’ + nome phobia ‘paura’». Il sostantivo disposal nella combinazione «si aggiusta» in «disposo-» (la «-o» non ha quindi nulla a che fare con la preposizione ‘of‘); cfr. ingl. arachno-phobia e it. aracno-fobia. Ci si trova quindi dinanzi a un composto «nome + nome» e non già «verbo + nome».

Se la voce italiana è un «dono» dell’anglo-americano, c’è da chiedersi anche quando è stata creata in inglese. L’Oxford English Dictionary, malgrado le 600mila entrate, ahimé non sembra aver ancora registrato il lemma, ma Google libri consente di accertarne la presenza almeno dal 1995 in «The Phobia List» con circa 500 tipi di fobie.

In italiano peraltro, sempre grazie a Google libri, la voce è documentata già nel 2004. Il lettore paziente potrà sbizzarrirsi a trovare altri dati pure sui «due studiosi americani, che hanno dato a questo malessere, già conosciuto come ‘sindrome dei fratelli Collyer’, anche un nome clinico: disposofobia».

Io preferisco chiudere con una delle «102 definizioni d’autore, inedite e originali: significati firmati da chi in quella parola ha messo la propria vita e la propria esperienza», inserite in maniera originale nello Zingarelli2016 (nel precedente Zingarelli2015 erano 55), che fanno del dizionario quasi un testo da leggere continuativamente, anziché da consultare occasionalmente Dell’Ob(b)iettività dice tra l’altro Enrico Mentana: «è un modo di essere rispetto ai fatti, alle situazioni, alle persone. Se sei obiettivo sai anche di non essere depositario della verità: puoi inquadrare la realtà che vedi, ma fuori campo resta sempre qualcosa che non sei riuscito a cogliere […]».

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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