Salvo Reitano

Ormai me ne sono fatto una ragione. Deve essere solo colpa mia, massima colpa. Mi batto il pugno della mano destra tre volte sul petto, come fanno i fedeli in chiesa per chiedere perdono al Signore, se non riesco più a sopportare i politici. Renzi ha parlato, Berlusconi ha parlato, Grillo ha parlato, Salvini ha parlato, tutti hanno parlato, lo fanno ininterrottamente da mesi, per convincerci delle ragioni del “SI” piuttosto che del “NO”. Parlano anche quelli che non hanno nulla da dire e non è una novità.
E’ sicuramente colpa della mia memoria che non riesce a recuperare un dato: ci dissero mai, in altri tempi, che saremmo stati un popolo diviso su l’unica cosa che ci univa, la Costituzione? Bene, avrebbero potuto indirizzarci con garbo, istruirci, allenarci. Invece niente. Chi comanda fa da se. E così è tutto un blaterare di aria fritta. Tanti anni fa Roberto  schermata-2016-11-19-alle-15-10-08Gervaso chiese a Indro Montanelli: “Chi ha rovinato l’Italia?”. La risposta del grande giornalista fu secca e decisa: “Gli italiani”. Sembra, nonostante sia trascorso tanto tempo, la fotografia attuale del nostro Paese che resta in piedi, in equilibrio precario, perché non sa da che parte cadere.
Ecco perché più seguo le cronache della politica e più mi tornano alla memoria i vecchi comunisti di un tempo. Quelli soli ed emarginati di oltre mezzo secolo fa. Quelli prigionieri di un sogno. Parlavano quasi con la bocca chiusa. A “baccagghiu”. Ora difendendo, ora dubitando della grande “Madre Russia” sempre più lontana, irraggiungibile. Dai rappresentanti della Democrazia Cristiana e dei piccoli partiti che formavano la maggioranza, venivano accusati di ignoranza, di fanatismo, di servile obbedienza a dogmi troppo filosofici e per questo irrealizzabili.
Eppure, a vedere come si fa oggi la politica, di quei compagni comunisti viene una grande nostalgia. Si trattava di gente semplice, modesta, sempre pronta al sacrificio e per questo eccezionale. Gente che si  rompeva la schiena sul lavoro, tenace e resistente ad ogni ambigua seduzione.
Il “sole dell’avvenire” non era per loro solo un’idea astratta, no, era uno stimolo civile, la segnaletica orizzontale che delimita la strada. Si parlava e si dibatteva, bevendo e litigando per notti intere dopo aver frequentato la scuola serale. Il giorno dopo di nuovo al lavoro, a sputare sangue, dall’alba la tramonto in fabbrica o in campagna. Operai e braccianti per i quali l’amicizia di un avvocato o del medico condotto era umana consolazione e motivo di orgoglio.
Era gente che nei giorni della campagna elettorale non perdeva occasione per discutere animatamente con mogli, madri, figlie, suocere e fidanzate: perché votassero bene, perché non cedessero alle chiacchiere del prete, agli inviti della Chiesa, del sindaco, del comandante dei vigili urbani, perché i comunisti non mangiavano i bambini.
Qualcuno di loro, io ero appena un ragazzo, lo ricordo ancora con i baffi alla Stalin a mimare la stessa sprezzante espressione autoritaria
Erano uomini che già nel ’48 avevano archiviato la guerra partigiana: tempo glorioso, difficile, tragico, ma passato, sul quale non era il caso tornare. Il buon combattente non abbisogna di medaglie e il presente è fatto di azioni, di lotte, di idee per il futuro. Ricordo come fosse ora, le mattine di domenica quando, a debita distanza dalla Chiesa ma immediatamente a ridosso, all’uscita dei fedeli, quasi con un filo di vergoschermata-2016-11-18-alle-17-10-41gna mimetizzato nell’abito della festa, lo sguardo chissà dove, cercavano di distribuire le copie ciclostilate degli articoli dell’Unità.
Alle riunioni, con i vertici provinciali al gran completo, ascoltavano i funzionari del partito che venivano ad informare sulle rivendicazioni e le azioni di lotta da intraprendere. Qualche volta succedeva che dalle ultime file si apriva la porta della stanza adiacente a quella dove si svolgevano le assemblee, e all’improvviso qualcuno gridava: “Viva il proletariato!!! Viva l’Armata rossa”. Quello che seguiva era un lungo applauso tra il vociare degli evviva!!! prima di ricadere sulle vecchie sedie di paglia e giro corda, soddisfatti per quello sfogo liberatorio.
Ora, io non sono nessuno per poter giudicare in senso storico –  secondo le “certezze” degli scienziati della politica che affollano i nostri talk show, internet, i social e le pagine dei giornali sulla profondità  del cambiamento – i vari passi che dalla svolta filo-atlantica di Berlinguer alla Bolognina  portarono al congedo dalla tradizione comunista, fino ai DS per approdare infine al PD. Qualcosa però non ha funzionato e l’evoluzione della specie ha cancellato i tratti somatici e ideologici dei comunisti di un tempo. Quelli che oggi si dicono di sinistra sono più a destra della stessa destra che tende a sinistra. Non è un gioco di parole. E’ un dato di fatto. Regna il papocchio da qualsiasi parte  ti giri e così avanza il pubblico malumore.
La situazione si diceva un tempo, è tragica, ma non seria. Stavolta, purtroppo, è anche seria, nonostante i tentativi che la classe politica sta facendo per volgerla al farsesco. Nessuno può onestamente contestare la gravità e la complessità dei problemi da risolvere che vanno ben oltre il referendum costituzionale del 4 dicembre. Ma appunto perché i problemi sono così ardui e urgenti la gente non è più disposta a tollerare le lungaggini e le tortuosità di certi rituali che sembrano inventati apposta per esasperare gli italiani.
Non ho titoli per impartire lezioni e suggerimenti. Ma la classe politica farebbe bene a distrarsi un po’ dal proprio chiacchiericcio da cortile per tendere l’orecchio alla voce del Paese reale. Si accorgerebbe che perduta ormai ogni “presa” sulla pubblica coscienza di cui non interpreta più né le esigenze, né gli interessi e alla quale non la accomuna nemmeno il linguaggio, finirà per girare a folle avvitandosi su se stessa come un’aereo in stallo  e pronto a schiantarsi.
Per questo non sopporto più i politici, senza distinzione di casacca, perché ogni volta che li vedo comparire in televisione nel loro elegante completo blu, la cravatta a tono sulla camicia bianca e linda, l’aria e il piglio professorale di chi vuol farci credere di essere i fini e sapienti conoscitori di tutte le verità, mi tornano in mente quei volti duri e onesti di contadini e operai, quel fare accigliato e sincero, quelle giacche sgualcite, quelle cravatte colorate sulle camicie a quadretti, quelle parole ingenue che “si fidavano” della lontanissima e remota matrice moscovita, pure così ingannevole.
Era quelli i comunisti dipinti con tre narici (abbiamo obbrobri da avanspettacolo nella nostra recente preistoria che annovera facce tenute in piedi da botulino e ceroni) uomini che schermata-2016-11-17-alle-14-44-48cercavano di trovare un equilibrio tra il sangue caldo della lotta di classe e il faticoso procedere dei ragionamenti.
Leggevano “Il calendario del popolo”, una rivista trimestrale di cultura nata a Roma per iniziativa del PCI che nel 2015  ha festeggiato i 70 anni di pubblicazioni ininterrotta,  e gli venivano le rughe in fronte a comprendere “Rinascita”.
Anche questa è umanità perduta, esiliata, stravolta. Rinchiusa negli archivi della memoria dalle nuove forme dialettiche “renziane”, da “grilli” più o meno parlanti, da “cavalieri” spesso inesistenti, da nuove strategie che relegano ai margini dell’esistenza individui che furono mirabili e che furono soprattutto popolo.
Non c’è bisogno di essere comunisti, molti dei nostri lettori non lo sono o hanno cambiato “squadra” nel corso degli anni, per comprendere che quella loro pesante terrestrità ci apparteneva e ci appartiene; consisteva (e consiste voglio ancora sperare) in amore per il prossimo, per la giustizia, per un possibile accordo sociale.
Oggi la vita non è più quella di oltre mezzo secolo fa. C’è internet, ci sono i social, c’è troppa comunicazione (basta pensare alla forza mediatica dell’elezione del presidente americano e quello che ne è seguito). Non c’è tempo per accogliere e dare anche un solo piccolo spazio a chi vuole credere al di là della ragione e del crudo realismo politico. Oggi ciò che pensa un bracciante siciliano, calabrese, umbro, veneto, piemontese non ha peso nelle “istorie” italiane.
L’ultimo ricordo di quel tempo che fu è per un operaio al salone del barbiere. Finito il servizio, “pìlu e contrapìlu”, dopo una passata “ca petra lumi” e na spruzzata di “assenzu ca pumpetta” si alzò e disse in un misto di italiano e dialetto: “Quello che ho qui dentro – sfiorando appena la tempia sinistra con l’indice della mano – nuddu mu scancella!!! Cu s’affuca chi sò manu, nun c’è nuddu ca u chianci. Viva il proletariato!!!”. Uscì tra gli sguardi ironici, eppure riverenti, dei presenti.
Dal cortile della vicina bottega del sarto, dove alcuni giovani giocavano a carte, si alzò forte un grido: “Viva la gnocca!!!!”. La Leopolda e il referendum costituzionale erano ancora lontani.

 


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