Gli studenti dell’università di Catania possono tirare un sospiro di sollievo: finalmente possono essere a conoscenza dei “criteri” in base ai quali i docenti stabiliscono il voto nei loro esami di profitto. Sinora erano abituati ad assistere alle più insolite pratiche docimologiche basate su strani e bizzarri parametri, con l’effetto di instillare in loro il senso della precarietà e della accidentalità della votazione: v’era, infatti, chi stabiliva i voti contando i peli nelle orecchie dei candidati, chi invece compulsava i brufoli in viso; altri ancora utilizzavano il criterio dell’altezza, o in senso proporzionale o inversamente proporzionale (è infatti noto che si ritiene vi sia una connessione tra altezza e intelligenza, come stabilisce il criterio di Roteberg, “longu ammatula”). Un collega mi ha confessato di aver sempre valutato in base al tono di voce e al numero di parole profferite nell’unità di tempo, attribuendo la lode ai più scaltri nell’evadere il quesito. E ometto di entrare nel dettaglio di altri metodi che certo non fanno onore a chi li applica e che hanno interessato persino la cronaca giudiziaria.

Ma ora, grazie alla pensosa premura dell’ateneo, è stata approntata una scheda nella quale, insieme ai programmi, bisogna esplicitare i criteri di valutazione, come quelli ordinatamente suggeriti in una mail di accompagnamento: (a) adeguatezza di espressione in merito ai contenuti ed al metodo, (b) capacità di rielaborare le conoscenze, (c) capacità di organizzare le conoscenze in funzione di obiettivi specifici, (d) sistematicità di trattazione, (e) ampiezza della consapevolezza tematica e correttezza lessicale, (f) capacità di approfondimento critico, (g) capacità di collegamento interdisciplinare, (h) capacità di trasferire le conoscenze ai contesti operativi.

E io che sinora mi accontentavo che lo studente fosse in grado di cogliere la differenza tra “avanti Cristo” e “dopo Cristo”! O che sapesse collocare nel suo secolo un filosofo (non diciamo dell’anno di nascita e morte: sarebbe nozionismo)! O che mi sapesse dire perché, tra tutti i possibili motivi, Platone non poteva essere venuto a Siracusa nel suo viaggio allo scopo di visitare il santuario della Madonna delle Lacrime! No, caspita, troppo difficile tutto ciò. Ora invece dovrò accertarmi della sua capacità di rielaborare criticamente le conoscenze, di effettuare collegamenti “interdisciplinari”, e così via sulla strada della burocratizzazione mediante regolamenti, procedure, schede, programmazioni e varie altre incombenze, che – dopo aver distrutto la voglia di insegnare nelle scuole ed aver contribuito alla decadenza della qualità della preparazione da esse conferita – ora sembra essere la nuova missione del mondo universitario: un segno chiaro della sua progressiva liceizzazione.

Che importa se lo studente, a causa di curricula didattici mal concepiti e a seguito di cattiva informazione, deve “comprare” dopo la laurea i crediti che non gli sono stati garantiti nel corso di studio, per accedere alle professioni o partecipare a qualche concorso? Che importa se la burocrazia e le procedure amministrative stanno soffocando la creatività e la voglia di fare didattica dei docenti e degli studenti? Che importa se gli studenti devono dare ogni anno 8-10 discipline, essendo così costretti o a non seguirle tutte o a non aver tempo per studiarle?

Ad importare è invece la “chiarezza” e “trasparenza” nel modo in cui si stabiliscono i voti, cioè i “criteri”: somma, suprema ipocrisia visto che non c’è poi alcun modo di accertare se effettivamente essi vengono applicati, a meno di non mettere un carabiniere o un giudice del Tar in commissione. E poi, ogni loro applicazione è sottoposta al metro di valutazione, al giudizio del singolo docente: e perché allora non formulare dei criteri su come applicare o monitorare i criteri? E così all’infinito, all’inseguimento della pietra filosofale della perfetta didattica.

Ma v’era una direttiva ministeriale o del nuovo moloch dell’Anvur (l’Agenzia per la valutazione del sistema universitario voluta dalla riforma Gelmini e dai governi sinora succedutisi) a comandare tutto ciò? No, a quanto pare è una punizione autoinflittaci autonomamente nell’ateneo di Catania, ovviamente con le migliori intenzioni, per soddisfare qualche infernale parametro che altrimenti lo penalizzerebbe. E pare che tale punizione sia inflitta solo ai docenti di un Dipartimento, perché non risulta che gli altri abbiano ricevuto una tale direttiva – poco male: mica è gran fatica mettere sulla carta criteri che lì resteranno! Ma costoro possono però ben esser contenti: almeno saranno all’avanguardia in una nuova “frontiera” della didattica, la “criteri-neria”.

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