«Attore straordinario e vero guitto, ma veramente tanto guitto pur nel senso più nobile del termine»: questa dichiarazione di Pippo Baudo nel corso di un’intervista nel «Fatto Quotidiano» (fine agosto) riferita a Turi Ferro è stata interpretata dai figli dell’attore siciliano quasi come un insulto. È quanto si è appreso da un recente articolo di Giuseppe Bonaccorsi su «La Sicilia».

Ora la semplice dichiarazione di Pippo Baudo non lascia alcun dubbio che il termine «guitto» è stato da lui adoperato esplicitamente in senso positivo, anzi laudativo. E non sembra quindi molto giustificato il risentimento degli eredi dell’attore siciliano. Il presentatore ribadisce per ben sei volte l’accezione elogiativa del termine «guitto», e del derivato «guitteria», anche nel corso della telefonata riferita nell’articolo di G. Bonaccorsi:
(i) «Io non ho affatto insultato Turi Ferro, l’ho elogiato dicendo che è stato un grande guitto»;
(ii) «Io ho fatto esattamente l’elogio e l’esaltazione di suo padre. Tutti i grandi attori vengono chiamati guitti»;
(iii) «E poi lo preciso anche nell’intervista riferendomi a Turi: grande guitto nel vero senso della parola…»;
(iv) «Con il termine guitteria non si intende un attore modesto, ma un grandissimo attore».

E anzi fa anche un confronto, a scanso di equivoci, se ce ne fosse bisogno, con un autore di fama mondiale:
(v) «Anche William Shakespeare era un guitto nel senso nobilissimo del termine»;
(vi) «E vorrei ricordare che tutti i più grandi attori sono stati dei guitti. Anche Shakespeare lo era».

Il riferimento non a caso è opportunamente ripreso nel titolo dell’articolo de «La Sicilia» «Mai insultato Turi Ferro, Guitto anche Shakespeare».

Se tale è la indubbia accezione (elogiativa) del termine «guitto» nell’uso dell’italofono Pippo Baudo, c’è anche da chiedersi se non si tratti di un significato «privato», «idiolettale», originale del solo Pippo Baudo.

Quale quindi il significato del termine nella lingua italiana in generale, codificato nei dizionari storico-etimologici? Come il Cortelazzo-Zolli 1979-1988 (e 1999 II edizione), e il Battaglia-Bárberi Squarotti (in 24 voll. 1961-2009). E quando attestato per la prima volta? Il lettore curioso cercherà nel dizionario generale, scolastico, più a portata di mano come il De Mauro, lo Zingarelli, il Devoto-Oli, il Sabatini-Coletti, il Garzanti, il Treccani, cartacei, o magari compulserà (più velocemente?) qualcuno di quelli disponibili in rete. Con qualche sorpresa, noterà che l’accezione positiva, baudiana, non sembra lessicograficamente confermata. Il sostantivo «guitto» è infatti unanimemente definito «Attore comico d’infimo ordine (…)». E non meno negativi appaiono i derivati «guitteria» e «guittezza».

Anche nel «Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento», che comprende i 100 romanzi del premio Strega apparsi nel sessantennio 1947-2007, la voce è connotata negativamente, non meno di sette volte. Ci sono infatti: (i) «la piccola guitta che esce sull’imbrunire dalla misera camera ammobiliata» di A. Moravia (1952); (ii) «gli insopportabili guitti del nostro teatro drammatico» di A. Arbasino (1960); (iii) il «”guitto”, attore povero e randagio», e (iv) «quella miserabile cosa ch’era la “guitteria”» entrambi in F. Cialente (1976); (v) «Un truffatore. Un guitto che cercava di imitare Talma» di E. Ferrero (2000), (vi) «la raffazzonata compagnia di guitti di quart’ordine» e (vii) « Erano dei guitti di quart’ordine» entrambi in M. G. Mazzucco (2003). Il citato Battaglia consente di datare ante 1909 con A. Oriani il primo uso teatrale del termine: «i guitti dei minimi teatri»; e poi ante 1936 con L. Viani la «compagnia di guitti». Con i derivati «guittata», «guitteria», e il «guittismo» di M. Soldati (1961).

Prima che in ambito teatrale, il termine «guitto», come aggettivo è invero voce già quattrocentesca, col significato negativo di «che, chi vive miseramente, in modo sordido e trascurato». Come da aggettivo generico sia passato a indicare, quasi per antonomasia, l’«attore guitto», si deduce dalla testimonianza del Tommaseo che nel suo Dizionario (1865) ricorda gli «Attorucci guitti, che non si sa come si reggano ritti». Ovvero – per ellissi – «l’attoruccio guitto» è diventato «il guitto». Così come «la guardia forestale» è diventata grazie allo stesso meccanismo morfologico “la forestale”; e «la sede succursale» si è abbreviata in «la succursale» ecc.

Ma finora l’uso elogiativo del «guitto» baudiano sembrerebbe isolato. E tuttavia, il citato grande Battaglia registra un esempio di L. Bigiaretti, 1966, connotato positivamente: in «un piccolo teatro […] un guitto di talento allestiva spettacoli orripilanti e audaci». A dare man forte a P. Baudo e a confermare che non si tratta di un uso linguistico privato, pur legittimo, ma condiviso dalla comunità di parlanti, soccorre invero la voce «guitto» in Wikipedia, che integra la attardata lessicografia contemporanea. «In tempi più recenti questa figura artistica è stata rivalutata, grazie anche ad attori che, ispirandosi alla tecnica recitativa dei guitti di un tempo, ricca di sfumature e improvvisazioni, quindi un po’ naif […] hanno restituito nuovo lustro a questa figura». E gli autori di questa rivalutazione artistica (e linguistica) del guitto non mancano certo: Macario, Walter Chiari, Dapporto; Petrolini, Peppino De Filippo, Sordi, Aldo Fabrizi, Gassman, De Sica; Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Mario Carotenuto, Alberto Lionello, Paolo Panelli, Tina Pica, Bice Valori, Franca Valeri, Dario Fo, Enrico Montesano, Carlo Verdone, Pippo Franco, Sabina Guzzanti, Paolo Villaggio, Maurizio Crozza, ecc.

Un esempio, quello di «guitto», degli imprevedibili, storici, mutamenti, anche con ribaltamento di significato, delle parole, non certamente raro, indizio della plasmabilità della lingua al servizio dei bisogni espressivo-comunicativi dei suoi utenti.

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