“Parla più piano e nessuno sentirà”.  E’ la canzone di un amore segreto ma è anche, può essere, una canzone di mafia. Sulle note del “Padrino”, univa insieme la passione e il mistero, l’amore e il tradimento. La mafiosità si faceva mito nell’eros. Erano gli anni settanta e c’era un alone di falsa grandiosità nella nostra tragedia di siciliani. Seduceva. Come le donne nei dipinti di Guttuso, torbidamente sensuali, carnali, fino ad annegare nel delirio quella mascolinità che è sempre stata un perdersi o un  parlarne.

Con quel film, con quella musica, il cinema creò una nuova identità per i siciliani. Pessima, perché poi abbiamo finito per credere in quella storia romanzata. Ci siamo sentiti parte di un’epica odissea. Di un mito forse sgradevole che però raccontava di noi al mondo intero.

Ci sono voluti due decenni almeno e stragi e morti a non finire per guardare in faccia la realtà e comprendere che la mafia è soltanto criminalità organizzata, sottosviluppo culturale, uccisione dell’economia.

Si svegliarono i primi coraggiosi e non furono compresi. Poi vennero presi sul serio fin troppo, la loro voce messa a tacere.

Ma eravamo ed in qualche modo siamo ancora poveri di un’idea che ci racconti in altro modo. Dalla mafia siamo finiti dentro il mito dell’antimafia. Non si riesce a dire di noi altrimenti che a favore o contro la mafia. La centralità culturale della questione rimane e continua a bloccarci.

In questa terra che non ha mai avuto una sua vera rivoluzione borghese, non una solida classe imprenditoriale, non la cultura del fare e del crescere e del guardare avanti cambiando progressivamente nella quotidianità, anche il dibattito intellettuale si è arenato sulla spiaggia della mafiosità come solo unico elemento che ci contraddistingua, per blandirla o per combatterla.

Intorno alle mille lotte e analisi del fenomeno, troppo spesso pagate al grave prezzo di vite oneste, è nata una liturgia. Con i suoi sacerdoti, i suoi riti, i tanti ciambellani cerimonieri. E’ però ridicolo che un personaggio pubblico, un qualsiasi rappresentante delle istituzioni si proclami oggi antimafioso. Tale qualità dovrebbe essere un ovvio, implicito presupposto del ruolo che ricopre, sennò che ci sta a fare. Quando si chiarisce qualcosa di ovvio, può sorgere il dubbio che per chi lo afferma non sia poi tanto evidente.

Piuttosto, ci dicano cosa vogliono progettare per la terra che governano.

La questione è che dalla mafia bisognerebbe venir fuori già nella prospettiva culturale della costruzione di un nuovo mito per la nostra terra. Il timore moralistico, ripetuto, ossessivo, che qualunque cambiamento possa nascondere sotto traccia la conservazione della mafiosità è un blocco mentale che non ci permette di progredire.

Sull’antimafia soltanto proclamata si è scritto e giustamente criticato molto. E’ vero, utilizza a piacimento un abito morale come interdizione politica, perpetuando  un potere che guarda a sé stesso e immiserisce i siciliani nell’immobilismo.

Ma non è soltanto l’ipocrisia di un’antimafia istituzionale e di facciata a spingerci verso una lenta e pur incessante regressione.

C’è anche l’incapacità delle nostre intelligenze ad immaginare qualcosa di diverso che vada oltre la questione mafiosa, per superarla nei fatti.

In qualche modo quella liturgia, un po’ come ogni religione fattasi istituzione, ha esercitato una moralistica costrizione culturale e psicologica persino ai danni della sincera antimafia “di trincea”, anch’essa ingabbiata nell’elaborazione di un pensiero più attento a testimoniare di esserci piuttosto che ad ampliare gli orizzonti. Con poca gioiosità e un’eccessiva assuefazione  alla sconfitta.

Scriveva Pasolini che ad essere sempre e soltanto contro, a lottare per restare sconfitti si finisce con l’inaridirsi e non saper più vivere.

Non si avverte un progetto di crescita e non si procede nella nostra storia, come se la Sicilia cominciasse e finisse con la mafia. Rischiando anche di non guardare al resto del mondo, di non assorbirne più le novità, gli impulsi, se non debitamente filtrati attraverso quell’opaco filtro culturale.

Ecco, si soffre la mancanza di un’idea positiva che ci identifichi.

Perciò tutti si dovrebbe  inventare  un altro mito che pur senza mai negare la questione mafiosa  sia capace di  andare oltre e costruire un racconto nuovo. Un salto culturale per una Sicilia del fare, del progettare, che non tema la mafiosità come suo destino ineluttabile. Scrivere il romanzo di un popolo che creda nel cambiamento vincente, senza punti fermi che sorreggano la nostra diffidenza, proiettati nella sola verità della creatività esistenziale. Pirandelliani ma con fiducia.

Fare del nostro futuro una ribelle opera d’arte costruita giorno per giorno, da contrapporre ai falsi miti ed ai comodi moralismi. Essere ancora “stupor mundi”.

E non fuggire più nell’adolescente rifugio narcisistico di un’isola che non c’è, nell’Atlantide dei nostri sogni perduti dove guardando alla Sicilia si rischia di cantare con struggente malinconia: “Ditele che la perdono per averla tradita”.

 

Concetto Ferrarotto

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