di Katya Maugeri

Le grandi città stanno perdendo la loro identità, se già non l’hanno persa. I caratteri sociali, economici, culturali sono stati stravolti. Ci soffermiamo su quest’ultimo aspetto con una serie di interviste ad esponenti del variegato mondo dell’arte e della cultura, alcuni “cervelli fuggiti”, altri fortemente radicati al territorio, altri con l’inguaribile malattia della nostalgia, tutti accomunati da quel rapporto di amore-odio con la Sicilia. Ascoltiamoli.

– “Siamo andati indietro, almeno di cinquant’anni . È come se ci fossimo pentiti di essere civili”, lo afferma Guglielmo Ferro nella precedente intervista. Un’epoca caratterizzata da un declassamento culturale?

«Direi che siamo da troppo tempo in una situazione politica di degrado legata al degenerare dell’autonomia regionale in istituto di potere fine a se stesso. Non c’è però declassamento culturale, per fortuna. Forse non si riesce sempre a stare al passo con i tempi. Nell’isola la cultura ha uno spessore forte anche se via via si vanno assottigliando presenze e legami. Sembra un paradosso, cresciuta come opposizione la cultura isolana non è mai stata funzionale al potere, ma neanche al governo. Oggi rischia di pietrificarsi in pose indignate».

– Le maggiori istituzioni catanesi dal Teatro Massimo Bellini allo Stabile sono stati per decenni una zona franca dalla politica, afferma Alfio Caruso “neanche la peggiore DC aveva invaso questi territori come invece ha fatto Raffaele Lombardo trasformandosi in segreterie di sotto governo”.
Questo è stato l’inizio della situazione di crisi alla quale stiamo assistendo?

«Per le due istituzioni citate è stato in parte così e ne pagano oggi lo scotto. Ma credo ci sia una crisi complessiva di queste istituzioni nel rapporto con la società non legata solo al degrado politico. Sono state istituzioni di sociabilità e di formazione per vari gruppi sociali. Oggi non riescono a ridefinire un nuovo ruolo».

– Crisi culturale e non solo, cosa manca fondamentalmente?

«Manca la voglia di scommettere in queste istituzioni sperimentando e inventando un ruolo ‘contemporaneo’. Ma  è questa oggi, mi pare, la difficoltà di molta cultura umanistica che stenta a riconciliarsi con la ‘contemporaneità’.  Poi c’è la retorica dei tagli alle risorse per la cultura. Allora mi viene di mettere le mani in tasca a tutela del portamonete».

– Motivo per il quale molti sono migranti culturali…

«Questa sottolineatura della migrazione culturale rischia di essere un luogo comune falso, come quello dei cervelli in fuga. Si ‘migra’ per trovare spazi nuovi, per vivere nuove esperienze, per apprendere nuove cose. Partire non è fuggire. I processi culturali sono ‘mobili’».

– Chi potrebbe essere il regista di tutto questo coordinamento culturale in Sicilia?

«Non avverto l’esigenza di un regista o di un coordinamento culturale (espressione che mi fa paura, scusatemi). Avverto l’esigenza di occasioni culturali prodotte in loco capaci di offrire alla comunità momenti partecipati di conoscenza e di identità e allo stesso tempo utili a consentire confronti e incontri con la ‘globalizzazione’. Un ruolo di stimolo potrebbero svolgerlo i comuni, ma dovrebbero uscire da una visione delle iniziative culturali come strumenti per acquisire consenso, perché ciò li spinge a inventarsi ‘grandi eventi’ che in realtà sottolineano un provincialismo di fondo».

– E quale potrebbe essere un piano attacco, per risolvere questa fastidiosa condizione?

«Oggi forse servono nuove forme di sociabilità culturale, centrate sul patrimonio culturale. Il modello è quello dei giovani di Officine Culturali che gestiscono l’ex monastero dei Benedettini a Catania. Un gruppo che si è creato un lavoro con la valorizzazione turistico-culturale del monastero e non ha mai avuto un euro di ‘assistenza’. Sono pensabili esperienze analoghe per il teatro e l’opera? In altri termini è pensabile una gestione privata di queste istituzioni culturali così come dei musei ed altro ancora?»

K. M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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