di Katya Maugeri

Una donna. Non solo. Una donna alla ricerca del suo Altrove. Una donna che il suo Altrove l’ha scritto, raccontato, inseguito. E raggiunto. Una donna che ha messo la propria vita al servizio del suo Altrove. Un nome: Oriana.
Reporter di guerra, viaggiatrice con il magnetofono sempre accesso, pronto a immortalare le paure, opinioni, emozioni, domande forti. Le sue… Quelle di una donna che non teme la verità che urla e proclama la propria opinione senza limite, né giri di parole. Oriana, lo “scrittore” come lei stessa ha chiesto di essere ricordata, è di lei che vi parlerò.oriana
A modo mio, cercandola altrove, abbandonando le definizioni standard che accompagnano ormai da tempo la sua persona – perché è nei dettagli che amo trovare l’essenza – è lì che ho trovato Oriana. Leggendo, per anni, tutti i suoi testi mi sono ritrovata catapultata in un mondo visto dai suoi occhi pieno di atrocità, affrontato con immenso coraggio, determinazione. Ma quella donna definita da molti un “soldato senza paura” non era l’immagine che con il tempo ho percepito. Anche lei, come tutti, aveva paura.

Paura dell’ascensore, paura di volare – ricamava per distrarsi -, paura di diventare cieca, di non poter scrivere se non con la sua fedele Olivetti, paura della sua stessa paura: «la paura è una malattia mortale, ma talvolta è impossibile non averne, anzi nelle situazioni più dolorose è proprio la paura a nutrire il coraggio e dare la forza di reagire».
Un amore ossessionato per la vita parallelo al tormento della morte. Oriana ha vissuto con passione la sua vita credendo fermamente nelle sue idee, nelle sue polemiche che molto spesso non sono state comprese, poiché avrebbero dovuto essere assimilate e meglio filtrate. Perché Oriana era l’anima indipendente del giornalismo italiano. Come tale non ha mai temuto di esporre le sue scomode verità. Pensiamo solo un attimo alla sua brutale sincerità con la quale ha espresso il suo disappunto sull’Islam, sul terrorismo, sul fanatismo religioso, dopo l’11 Settembre. La sua avversione per l’Islam causata dalle profonde limitazioni alla libertà, un ideale troppo radicato in lei per potervi rinunciare e che la portò a definire l’Islam uno “stagno” incapace di depurarsi, dal quale non si produce vita bensì morte.

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La sua, è stata una vera e propria missione: libertà e giustizia, gli ideali per i quali si è battuta senza timore evidenziando così il suo temperamento tempestoso e passionale che l’ha condotta lontano, alla ricerca della verità, alla scoperta di una realtà vista da molti, solo in TV: la guerra. Quella vera, quella in cui gli uomini muoiono davvero, in cui i bambini giocano nella fossa comune con i cadaveri, perché è l’unico svago che possiedono. I suoi, non sono semplici reportage di guerra, ma attente e severe riflessioni sulla vita. Lei vuole toccare con mano la verità, la reale natura dell’uomo.
L’uomo che sbarca sulla Luna, che scopre soluzioni scientifiche, l’uomo che adotta metodi artificiali per far nascere figli; lei deve comprendere fino in fondo perché l’uomo che progredisce in ogni campo è lo stesso che vedrà il proprio figlio andare a combattere, a uccidere altri uomini, altri esseri umani come lui, in nome della Patria. Oriana non si tira in dietro, si pone in prima linea, dove vedrà, udirà e sentirà l’odore della guerra, della morte, e inevitabilmente, avvertirà l’attaccamento alla Vita.

3870604-UGO-MULAS-BIGLa vita che ha portato dentro sé, per poco tempo, ma che descrive in maniera sublime nel suo testo “Lettera a un bambino mai nato”. Non ne farò la recensione, non occorre, Guardiamo altrove, lì ho ritrovato una Oriana che tenta di trovare delle risposte spiegando al suo bambino quali sono le realtà che dovrà fronteggiare venendo al mondo, un mondo in cui la sopravvivenza è violenza, la libertà un’utopia, l’amore, una parola ancora da definire. Ho ritrovato la donna fragile, insicura, piena di paure, in lotta, ma con se stessa. Una donna che ama e non vuole ammetterlo, forse perché l’amore l’ha condotta laddove la sua volontà era pronta a vacillare.

«Non si può vivere senza amore. Io ci ho provato ma non ci sono riuscita».

Inevitabilmente, seguendo il filo logico già etichettato, a questo punto si parlerebbe di Alekos Panagulis, l’eroe, il poeta, l’uomo che non si adegua, che non si rassegna, che lotta contro la dittatura, protagonista di “Un uomo”, ma possiamo davvero parlare di grande amore? Lei ammira Alekos, l’eroe che non si ferma dinanzi a nulla, ma afferma lei stessa di non poter essere felice accanto a un uomo infelice.rassegnastampa
L’amore è altro, l’amore è François Pelou. Direttore dell’Agence France-Press, Pelou, proprio come Oriana vive tra l’odore della morte e non riesce ad abituarsi alle immagini atroci che segnano la fine di troppe vite umane. Si somigliano, amano entrambi il loro lavoro, lo condividono, li unisce un’intesa speciale, nonostante il loro sia un rapporto complicato: François possiede già una famiglia, Oriana affermerà «mi considero sposatissima con l’uomo che amo da anni». Lo ama, senza riserva, con la stessa passione con la quale ricerca la verità. Ama l’uomo che stima, ama la sua indipendenza, il suo rigore, le sue idee.
Non si volta Oriana, mai, guarda in faccia l’amore, la guerra, la morte, la paura, le emozioni. Le vive, le lascia scorrere sulla pelle per sentirne l’odore e captarne l’essenza. Una donna che ha inseguito il suo Altrove, utilizzando come mezzo la Libertà, tanto acclamata e difesa. Guarderà in faccia anche l’Alieno, cercherà persino di dialogare con lui, aggredendolo, tentando di spaventarlo, di costringerlo alla resa. Diventerà un nuovo nemico contro il quale lottare, e lo guarderà senza timore perché lei ha sempre creduto nella Vita, anche quando non le ha dato ciò che avrebbe voluto, aveva paura del Nulla, non della Morte.

«Ma ecco cosa ho imparato in questa guerra, in questo Paese, in questa città: ad amare il miracolo di essere nata».

Katya Maugeri

Articolo pubblicato su www.iltempolastoria.it il 02/02/2014

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