di Davide Di Bernardo

Dal centro di accoglienza “Il giovane Anchise” il racconto di una vita in fuga

Durante la mattinata trascorsa nella struttura palagonese de “Il giovane Anchise” abbiamo avuto modo di conoscere alcuni dei ragazzi. Uno di loro ci ha colpito particolarmente, ancor prima di sentire la sua storia, per la timidezza dei gesti, per gli occhi incuriositi, luminosi, ma scavati come avesse molto più della sua ancor tenera età.
Mustafino, così lo chiamano paternamente gli operatori, è un ragazzo del Gambia, unico della sua nazione ad aver richiesto asilo politico in questo momento di forte immigrazione proveniente per lo più dai paesi del nord africa, successivamente ai cambiamenti portati dalle rivolte arabe.
Il Gambia ha un primato nel suo continente, è il più piccolo stato esistente ed è totalmente circondato dal Senegal. Vive per la maggiore di agricoltura ed esporta soprattutto nel Regno Unito.unnamed2
Mustafino ha preferito parlare in privato, tanto che pure il registratore sembrava spaventarlo. E’giovanissimo, ma dietro le spalle un percorso di vita incredibile che molti di noi stenteremmo a credere.
Mustapha nasce nel 1998 in Gambia e parte ancora adolescente per il paese limitrofo più potente ed in forte ascesa dopo la rilevanza internazionale datale dal mondiale del 2002, il Senegal. In patria non può restare perché il padre ha avuto problemi di natura politica.In Senegal cresce con lo zio ed inizia sin da piccolo a lavorare in qualsiasi mansione gli venga proposta.
Cambia diversi stati, passa dal Mali, risiede nella repubblica del Burkina Faso ed arriva fino in Libia, dove comincia a lavorare più regolarmente con lo zio.
Impara a fare l’elettricista, la vita trascorre normalmente, è piccolo, ma ragiona già come un giovane uomo, tutto lavoro e famiglia. Uomo veramente lo diventa quando il colpo di stato nel paese rovescia il governo  dittatoriale ed insieme allo zio passa un anno dentro le prigioni libiche in mano all’esercito rivoluzionario.
Mentre il mondo gioiva di quella che sarebbe stata definita la “Primavera araba”, le stagioni passavano indifferentemente nelle fredde galere, dove i continui scontri riempiono continuamente le celle rendendo l’ambiente invivibile, soprattutto per chi, come Mustapha ha solo 13 anni e durante quei giorni sogna solo di cambiare la propria vita definitivamente.
Un bambino in un carcere sembrerebbe prosaico in uno stato come l’Italia, ma col senno di poi uno dei partner commerciali di maggiore potere economico del Bel Paese, era proprio lo stato governato dalla dittatura di Gheddafi. Dopo un anno riesce a scappare dal carcere. Ora Mustafino è solo, lo zio non sta più con lui, disperso durante una rivolta.
Immaginate se vostro figlio, se il vostro giovane figlio in piena pubertà si ritrovasse prima dentro delle luride carceri straniere e poi disperso e solo in un paese dove non conosce nessuno. Il solo pensiero dà paura, timore. Spaurito, ma forte del suo trascorso, il giovane gambiano decide per la prima volta da solo il suo destino.
Andrà in Europa, seguirà la moda dei giovani e speranzosi ragazzi africani che hanno scoperto internet, che cliccano “I like” su Facebook e che guardano alle nostre terre come al paese dei balocchi. Per farlo entra in Egitto e senza badare tanto ai convenevoli riesce a salire, senza pagare la solita tariffa usuraia che attanaglia tantissime delle famiglie d’immigrati clandestini, su un barcone. Due giorni di viaggio sembrano durare un’eternità. Sulla nave il carattere si forma e fortifica come vi stesse per anni, come se il viaggio fosse transatlantico.
Come il suo paese, lui è il più piccolo sull’imbarcazione, avvolto da più di cento persone di cui non sa nulla e di cui, a volte, non conosce nemmeno la lingua.  Ad un certo punto l’imbarcazione viene avvistata da uno scafo della Marina Italiana, i volti dei naufraghi cambiano, si riaccendono.  Mustafino è contento, non capisce bene il perché, ma la gioia sulla nave è talmente contagiosa da far sparire anche la paura del bambino partito dal Gambia.
Arrivato da Lampedusa a Catania il suo viaggio non è più semplice, anzi: non ha né documenti, né scarpe e viene scambiato per maggiorenne e “deportato” in quel gigantesco lager di Mineo, il C.A.R.A.
Lì i sogni non entrano, restano fuori dalla porta pronti ad andare via per cercare più facili realizzatori. Lì tutto ciò che abbiamo letto nei libri di storia diventa, in sintesi, realtà.
Eppure non tutto è perduto. Grazie agli educatori del centro di Palagonia, che eseguendo un’attenta analisi sulla prima fase di raccolta dati, scoprono che il giovane è minorenne e, dopo il lascia passare del sovrintende, lo recuperano dal C.A.R.A. e lo riportano al mondo.
“Mediare tra le loro aspettative e la triste realtà è la cosa più difficile” – dichiara Salvo Travagliante, assistente sociale della struttura, eppure oggi Mustafino parla pure una quarta lingua, l’italiano, ha trovato uno zio, in Italia da diversi anni, ed a breve lo raggiungerà a Treviso, per continuare a sognare come un giovane sedicenne dovrebbe sempre poter fare.
Oggi Ceesay Mustapha sorride e mostra orgoglioso le scarpe nuove e, soprattutto, i propri documenti.

D.D.B.

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