PALERMO – Una vicenda che definire paradossale è dire poco. Emanuela Alaimo, ex assessore comunale al Bilancio, al Patrimonio e alla Condizione Femminile, è proprietaria del rinomato “Bar del Bivio” in via Messina Marine 797, angolo via Galletti (Acqua dei Corsari), bar sequestrato nel 2014 ma che  di fatto, non appartiene più all’autorità giudiziaria che l’aveva preso in custodia. Nonostante questo, la Emanuela_Alaimo_Lorenzo_CatalanoAlaimo non può riaprirlo e rimettersi in affari. E lo Stato, che dovrebbe sostenerla, le ha di fatto voltato le spalle. Emanuela Alaimo quasi si commuove ricordando i suoi ex dipendenti: “Al momento del sequestro, il bar aveva all’interno del suo organico una decina di dipendenti circa, tenendo conto del laboratorio per i dolci e la tabaccheria. Io non c’entro niente con tutta questa storia, voglio solo riavere il mio bar” conclude.

Lorenzo Catalano, figlio di Emanuela Alaimo, commenta l’amara vicenda: “Il bar, di fatto, appartiene alla famiglia Alaimo. Finora abbiamo ricevuto dallo Stato solo due “oboli” da poco più di 2.000 euro come indennità di occupazione, per il periodo che va da luglio a gennaio 2014. Ma se paragoniamo la cifra al mutuo che ho dovuto accendere presso il Monte dei Paschi di Siena, ammontante a diverse centinaia di migliaia di euro, vediamo che la cifra è assolutamente irrilevante. Quando ci hanno sequestrato il bene -conclude Catalano- ho deciso di fidami delle garanzie datemi a suo tempo da Fideo (cooperativa di garanzia fidi che si occupa di garantire la copertura dei rischi dell’Impresa e della Famiglia, nda) e dallo Stato, quello stesso Stato che adesso, mi ha fatto lo sgambetto. Questa situazione non è più tollerabile”.

Avvocato_Fausto_Maria_AmatoFausto Maria Amato, legale che segue la vicenda, riassume il caso così:”La vicenda del Bar del Bivio è lunga e tormentata. Tutto nasce quando, per errore, viene dichiarato dal Tribunale fallimentare di Palermo, il fallimento della madre di Emanuela Alaimo. Viene estesa a questa signora il fallimento di una società che aveva a lei fatto gioco, sentenza di fallimento che poi verrà revocata. Nel frattempo, a seguito della dichiarazione di fallimento, Emanuela Alaimo decide di ritirarsi dall’incarico di assessore per aiutare sua madre per sanare il debito. In quel periodo si presenta un vicino di casa che offre del denaro, accettando il quale, per la Alaimo si è dato inizio ad un calvario, perché dagli iniziali due milioni di lire, la signora Alaimo ha restituito una cifra superiore al miliardo, costringendola inoltre a dar via la propria casa, di cui non è ancora riuscita a rientrare in possesso. Nel 1999 l’usuraio, a cui la Guardia di Finanza ha riscontrato prestiti effettuati nei confronti di più di 100 persone, e ha inoltre disposto il sequestro di venticinque immobili riconducibili ad altrettante vittime di usura, è stato finalmente arrestato. Ma dopo una iniziale condanna a sette anni e il risarcimento alle vittime, la sentenza è stata ribaltata in appello, con l’assoluzione dell’imputato in quanto in base ad una perizia, il consulente tecnico nominato ha ritenuto, senza tener conto delle testimonianze delle vittime, tra l’altro ritenute concordanti e quindi valide, che non ci fossero elementi sufficienti alla condanna. La Cassazione successivamente ha poi annullato l’assoluzione, promuovendo un nuovo processo che stavolta, tenuto conto delle testimonianze delle vittime, ha portato un’altra sezione della Corte d’Appello ad emettere nuovamente la condanna dell’usuraio, non solo per l’usura ma anche per le estorsioni che gli venivano contestate. Purtroppo, con l’avvenuta prescrizione del reato, nonostante l’iniziale condanna a sette anni, sono stati scontati appena sei mesi di carcere, ma questo poco importa. La cosa veramente sconfortante è che le vittime non sono ancora riuscite a rientrare in possesso delle loro case, perché in sede di appello, data l’assoluzione in secondo grado dell’usuraio, si è ritenuto che non ci fosse l’usura. I beni quindi non sono stati restituiti alle vittime ma neanche all’usuraio, sono stati semplicemente confiscati dallo Stato e a distanza di sedici anni ancora tutto è fermo”.

“Per quanto riguarda il Bar del Bivio invece, ” -continua l’avvocato- “tutto nasce dalla decisione di mettere in affitto il bar. Nonostante la presenza del certificato antimafia, rilasciato dalla Prefettura in favore della persona che l’aveva preso in affitto, si è poi scoperto che purtroppo l’attività commerciale non procedeva come ci si sarebbe aspettato e che la persona era coinvolta in situazioni che hanno poi portato alla chiusura del bar. La Alaimo continua tutt’ora a pagare il mutuo oneroso che grava su questo immobile che di fatto, non produce niente e oggi è qui -conclude l’avvocato- per chiederne semplicemente la restituzione”.

Consigliere_Paolo_CaracausiPresente il consigliere comunale Paolo Caracausi (IDV) che, in quanto presidente della commissione Attività Produttive del comune di Palermo, ha dichiarato: “Il bar è stato ristrutturato anche con i fondi destinati alle vittime del racket ed era stato dato in gestione a un imprenditore del settore, in seguito indagato per mafia e al quale è stato sequestrato il locale. Ormai da oltre un anno il bar è chiuso e la signora Alaimo non percepisce più affitto, non riuscendo, malgrado i tanti tentativi legali, ad avere indietro il suo immobile. Questo è l’ennesimo caso che dimostra tutti i limiti della normativa – continua Caracausi – a pagare sono sempre le persone più deboli, a causa di una gestione dei beni confiscati che lascia a desiderare. Chiediamo di modificare la legge perché non passi un messaggio terribile: che certe attività se sono gestite dalla mafia creano utili e lavoro e se invece a gestirle è lo Stato falliscono, licenziando i dipendenti. Sarebbe un durissimo colpo alla credibilità del nostro Paese. Si istituiscano appositi albi per gli amministratori giudiziari, con precisi limiti al numero di attività da gestire e ai compensi”.

Presente anche il consigliere Giusi Scafidi (Mov139) che ricoprendo l’incarico alla Commissione per le Politiche Sociali, ha rivelato:”Presto verrà discusso il nuovo regolamento sui beni confiscati, specialmente alla luce del recente scandalo che ha visto coinvolti diversi magistrati. E’ necessario colmare l’attuale buco normativo, altrimenti -conclude- si rischia, paradossalmente, che il bene torni in possesso dei prestanome mafiosi e che avvenga ciò che succede quando, ad esempio, nel caso dell’emergenza abitativa, chi si è visto sequestrare il bene si permetta di minacciare indisturbato i nuovi proprietari”.

Va detto, ad onor del vero, che nel caso del Bar del Bivio non ci sono state minacce. In compenso, lo Stato tace. Il Vangelo dice “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati”. Nel frattempo, la famiglia Alaimo e tutte le vittime di ingiustizia, aspettano.

Teresa Fabiola Calabria