PALERMO – Un incontro all’insegna della voglia di riscatto, la stessa che anima la Sicilia e i siciliani onesti, stufi di vedersi accomunare ai mafiosi: questo è ciò che è avvenuto presso l’Arca, consorzio per l’applicazione della ricerca e la creazione di aziende innovative, attivo dal 2003, che ha ospitato un incontro dal titolo:” I beni confiscati alle mafie: quali opportunità per lo sviluppo della Sicilia?”

Molti gli interventi tra cui quello di Umberto Di Maggio, Coordinatore regionale in Sicilia di “Libera, associazioni nomi e numeri contro le mafie” che, ricordando come tutto sia nato in Sicilia, per la precisione nel Comune di S.Giuseppe Jato: “Tutto quello che siamo riusciti a realizzare finora, lo dobbiamo al sacrificio di sangue, e non solo, di quanti ci hanno preceduto. Ma ciò non basta ancora: è necessario fare cento passi avanti, per usare una metafora a me molto cara, in ricordo del sacrificio di Peppino Impastato. Attualmente vediamo un immenso patrimonio, immobiliare e non solo, sequestrato alle mafie ma reso inutilizzabile, lasciato li a deperire giorno per giorno, quando potremmo riutilizzarli a vantaggio dei tanti, troppi giovani che sono costretti a lasciare la propria terra per cercare di crearsi un futuro, per cercare un lavoro. Spesso la gente è convinta che i mafiosi si servano di consulenti esterni per gli aspetti più tecnici dei loro affari -ha concluso Di Maggio- ma è un errore: la mafia, quando fa qualcosa, fa tremendamente sul serio, la mafia, purtroppo, non scherza e anzi, sa benissimo quello che fa”. 

Altrettanto significativo l’intervento del Procuratore generale della Procura di Palermo, Mirella Agliastro, il cui compito è quello di evitare che, nel corso del processo, i beni confiscati tornino nelle mani dei mafiosi a cui sono stati tolti: “I giovani hanno bisogno della guida di figure professionali competenti che, nel guidarli verso il loro futuro, lo facciano tenendo sempre presente la legalità, ovvero: se un giovane apre un’attività, deve sapere come evitare l’evasione fiscale, o come non finire in bancarotta.” Il Procuratore inoltre, illustrando il duro lavoro che si cela dietro ogni sequestro ha ricordato: “Dietro ogni confisca ci sono anni e anni di indagini e approfondimenti, e spesso, dopo la sentenza di primo grado, dove il bene confiscato diventa a disposizione dello Stato, vediamo gli avvocati della difesa escogitare ogni possibile stratagemma per far in modo che i loro clienti ne rientrino in possesso, in modo che si viene a creare una sorta di gara in cui tu, magistrato, devi sforzarti di studiare ogni giorno, devi saperne più di loro, perché altrimenti hai buttato anni di indagini e spesso, per banali errori burocratici in cui magari non si doveva sequestrare un bene, è toccato ricominciare le indagini daccapo.”

Presente anche il sindaco di S.Giuseppe Jato che ha ricordato, in un moto d’orgoglio: “Non è vero che tutti gli abitanti di S.Giuseppe Jato siano mafiosi, solo perchè hanno avuto il torto di avere i Brusca come concittadini: lo dimostra il fatto che rispetto ai pochi Jatini che attualmente si trovano nelle patrie galere, dall’altra parte ci sono 9000 cittadini onesti che rifiutano la mafia e si impegnano per la legalità giorno per giorno. Il Consorzio Sviluppo e Legalità nasce nel 2000 ad opera di Renato Profili e comprende al suo interno vari territori, tra cui Monreale, S.Cipirello e Roccamena. Compito del Consorzio è quello di gestire i beni sequestrati tramite cooperative antimafia con tanta esperienza alle spalle. Debbo dire -ha concluso- che senza figure come quella di Don Luigi Ciotti, che, con Libera ha “stravolto” in positivo, il sistema dei beni, tutto quello che esiste oggi difficilmente avrebbe visto la luce, anche grazie al suo potere di scuotere le coscienze non solo delle Istituzioni, ma anche e soprattutto quella della gente comune. Oggi S.Giuseppe Jato non è più additata come comune mafioso, ma come presidio di legalità e questo ci deve inorgoglire e spingerci a fare sempre meglio”.

Teresa Fabiola Calabria

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