L’architetto presto protagonista alle elezioni amministrative a Palermo: «Siamo stati ridotti alle condizioni di una “colonia”. Se non ci scrolliamo di dosso le catene non ci sarà futuro per la nostra terra e per le nuove generazioni»

di Paolo Battaglia La Terra Borgese

Si tornerà presto alle urne per il rinnovo della amministrazione politica regionale in Sicilia ed anche in comuni come Palermo. Nello scenario dei voti si impone una nuova quanto decisa e convinta realtà che si propone puntando dritto dritto al cuore degli inappagati e dei disillusi: “Siciliani Liberi”, nuovo movimento indipendentista “natalizzato” a gennaio 2016 è già una coesione di menti sicure dalle idee chiare. Il professore Massimo Costa, leader del movimento, si erge a eminenza grigia di quei siciliani desiderosi di evolversi dalla frustrante condizione impregnata di colonialismo alla quale sarebbero stati costretti nei 70 anni della Repubblica. E presenta così progetti robusti che farebbero navigare la Sicilia verso l’autodeterminazione: dalla regionalizzazione della magistratura alla ricostituzione dell’Alta Corte; dal trasferimento alla Regione dell’Agenzia delle Entrate ad una moneta aggiuntiva in Sicilia; da una notevole revisione della intensità fiscale a pesanti collocamenti finanziari nelle infrastrutture e, ancora, al rilancio del sistema scuola a 360 gradi.

La Sicilia come colonia. «Il nostro Movimento – spiega Lomonte – nasce dalla grande passione del prof. Massimo Costa, docente di Economia Aziendale all’Università di Palermo, che ha da sempre a cuore le problematiche inerenti le mistificazioni e le falsità sulla Sicilia. Lo stesso Renzi sabato scorso, a mio avviso, ha strumentalizzato una serie di luoghi comuni, come la presunta “rassegnazione” e “l’incapacità di essere imprenditori” degli abitanti dell’Isola. La verità è che, per certi versi, i siciliani sono i peggiori razzisti del mondo, ma nei propri stessi confronti, e negli ultimi 150 anni sono stati convinti dell’impossibilità di essere padroni del proprio destino. I siciliani sono leader e protagonisti nel mondo. Soltanto in Sicilia non ci riescono. Questo è un dato di fatto che deve far riflettere, superando le discutibili interpretazioni, poetiche ma erronee, date da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo. Siamo stati ridotti alle condizioni di una “colonia”. Se non ci scrolliamo di dosso le catene non ci sarà futuro per la nostra terra e per le nuove generazioni. Non emigrano soltanto i giovani. Il fenomeno riguarda anche i pensionati, che decidono sempre più spesso di godersi i propri risparmi in Paesi con costi della vita minori o dove il regime di tassazione è più favorevole di quello italiano. Anche questo aspetto dovrebbe far riflettere. Lo Stato continua a sottrarre risorse alla Sicilia mentre si dichiara falsamente che questa terra viene mantenuta dalle Regioni del Nord Italia. La Sicilia ha un saldo negativo tra quello che invia a Roma in termini di imposte riscosse e quello che riceve per sanità ed istruzione. Bisognerebbe attuare lo Statuto, ma quando mai l’autonomia è stata reale? Si va avanti con una autonomia di facciata, lo Statuto non ha colpe, sono ormai 70 anni che non viene applicato. Nella nostra terra c’è un governatore che pur di concludere la legislatura ha concesso a Renzi qualsiasi cosa. Ma non si può andare avanti ancora con gli slogan. La politica del fare è ben altra cosa ed è l’unica strada che può salvare la Sicilia e rilanciarla».

Un progetto serio. «Il nostro Movimento è stato presentato il 3 gennaio scorso, la crescita di iscritti è esponenziale e sta raccogliendo simpatizzanti e consenso in ogni parte dell’isola. Palermo può rappresentare il laboratorio di un progetto più vasto, il punto di partenza per proporre qualcosa di distinto e distante da quella politica autoreferenziale che non può essere il futuro. È essenziale che i siciliani possano identificarsi in un progetto serio, che consenta di condividere gli ideali e la visione delle cose, un progetto e un percorso. A Palermo, da tempo, si moltiplicano soltanto pub, ristoranti e B&B: bisognerebbe invece avere la capacità di immaginare ben altro. Palermo, dopo le stragi del 1992, sembra essersi scrollata di dosso il mito romantico della mafia che protegge dallo Stato. Sono stati fatti passi avanti importanti nel risveglio delle coscienze. Però c’è una borghesia distaccata dai problemi del vivere quotidiano della città e sembra che stia li, ferma, ad aspettare un deus ex machina, senza sentirsi coinvolta o avvertire l’esigenza di impegnarsi e lottare per la propria città e per la propria isola».

Mancanza di orgoglio. «Siamo la quinta metropoli d’Italia, abitata da una strana “mescolanza” – costituitasi in gran parte dopo la seconda guerra mondiale – che non sente l’orgoglio di un’appartenenza. Quanti sono davvero fieri di essere palermitani? La gente di Napoli è fortemente orgogliosa della propria identità, a Milano e Torino ci sono molti meridionali che si sono perfettamente integrati lì. Anche per questo qui manca la capacità di valorizzare l’eccezionale patrimonio artistico e culturale di una città che i cittadini non sentono davvero propria. Gli stranieri mi dicono spesso che Palermo è una città straordinariamente bella sino all’Ottocento, mentre le parti edificate successivamente sono orribili. Investire sull’architettura potrebbe creare il volano per dare nuova linfa vitale all’economia di Palermo».

Ripartire dalla bellezza. «Forse le mie parole potranno sembrare utopia ma sono convinto che si dovrebbe procedere a sostituire gran parte del costruito negli ultimi settant’anni, partendo da una forte e chiara filosofia dell’identità. Il Piano Regolatore non è un progetto architettonico, è una previsione normativa. Le case recenti sono realizzate con tecnologie edilizie effimere. Il cemento armato non è eterno. Visto che prima o poi i casermoni contemporanei cadranno in ogni caso, non andrebbero ricostruiti con la stessa forma attuale e nella stessa posizione. Strade e piazze vanno ripensate coniugando innovazione e continuità con l’architettura siciliana. C’è bisogno di recuperare la “sicilianità”. Trovo assurdo che ci si ostini a parlare di architettura arabo-normanna quando gli studiosi hanno da tempo colto le specificità di quella che è architettura siculo-normanna. La Sicilia in realtà non è stata terra di conquista, è stata terra che ha trasformato tutti gli apporti giunti dall’esterno. Per riappropriarci del nostro destino è fondamentale che riscopriamo la verità sulla nostra natura di popolo».

Numeri da capogiro in Sicilia. «Noi abbiamo i migliori artigiani del mondo, che hanno sempre realizzato manufatti straordinari. La loro arte può rappresentare la base dello sviluppo futuro della Sicilia. Adesso si parla spesso di turismo in maniera banale, si pensa soltanto a convogliare flussi senza chiedersi cosa si vuole offrire al turista e cosa si intende proporre sul territorio. Il Duomo di Monreale attualmente vanta circa 400 mila visitatori all’anno, un dato che è ridicolo confrontandolo con l’eccezionale bellezza di quel luogo. Ma cosa si può pretendere di più se tra Palermo e Monreale c’è solo un autobus ogni ora e mezza? I parcheggi poi sono onerosi, senza alcun servizio, nessun incentivo all’uso e nessun collegamento specifico per anziani e diversamente abili».

Valorizzare i nostri prodotti. «Di recente abbiamo fondato la Monreale School of Arts & Crafts. Ogni qualvolta portiamo i turisti a Scuola per vedere all’opera i nostri maestri artigiani capaci di realizzare opere degne di quelle di duemila o mille anni fa, restano a bocca aperta. Si rendono conto che possediamo un patrimonio di manualità di valore inestimabile. Noi siciliani ci piangiamo troppo spesso addosso, non sappiamo valorizzare i nostri prodotti. Palermo ha artigiani straordinari che potrebbero convogliare qui l’attenzione di turisti e compratori. Dispiace e suscita amarezza il disinteresse dell’amministrazione pubblica per le strade dei mestieri e dei mercati nel centro storico di Palermo. L’incuria ha favorito l’occupazione di intere aree da parte di extracomunitari. Questa non è multiculturalità. L’integrazione si opera sulla base di una forte valorizzazione delle tradizioni locali.

L’urbanistica dei cinque minuti a piedi. «Le città contemporanee sono concepite con la logica delle distanze enormi tra casa e lavoro, abitazione e servizi. Bisognerebbe invece che i quartieri fossero autosufficienti, per esempio consentire ai bambini di poter giocare per strada come accadeva in passato. L’urbanistica del Novecento ha stravolto tutto. Occorre riproporre criteri di armonia e di vivibilità e di integrazione delle attività quotidiane. In Italia ci sono 14 milioni di famiglie, molte delle quali non arrivano a fine mese anche per le spese di spostamento. Non solo quelle: c’è una scarsa attenzione a valorizzare il ruolo delle famiglie come previsto dalla Costituzione».

Dentro o fuori l’Europa. « Abbiamo detto NO al referendum su una riforma della Costituzione Italiana concepita al servizio di Bruxelles. Noi pensiamo – conclude Lomonte – che sia meglio uscire da quest’Europa e dall’Euro, seppure con un percorso graduale e responsabile. Crediamo che bisogna tornare ad avere un opportuno controllo delle banche che oggi sono finite in mano a poteri globali senza volto. Paesi come la Germania vogliono vendere le macchine agricole a Paesi sottosviluppati. In cambio consentono l’ingresso in Europa di prodotti agricoli a costo bassissimo, senza operare controlli di qualità. Noi abbiamo il grano migliore del mondo ma a quelle condizioni non lo possiamo vendere e così si fa un grave danno all’economia siciliana. Questa Europa non è rappresentativa della gente e non ha più nulla di democratico».

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