Katya Maugeri

“Palermo come Beirut. Bombe, mitra, pistole, un arsenale da guerra per lo scontro tra clan mafiosi che insanguina la città dal 1979 al 1986, con un bilancio terribile: mille morti”

TAORMINA – Un’aula bunker, a Palermo. Era il 10 febbraio 1986 quando si apriva il maxiprocesso alla mafia, che nel 1987 inflisse anni di reclusione ai mafiosi e condannò all’ergastolo Michele Greco, Bernardo Provenzano e il capo dei capi, Totò Riina. Inizia da una data positiva il libro “I mille morti di Palermo” (edito da Mondadori), scritto dal giornalista Antonio Calabrò presentato durante la manifestazione letteraria Taobuk a Taormina, intervistato dal cronista  Emanuele Lauria. Giornalista e scrittore, è stato caporedattore de L’Ora negli anni della guerra di mafia. Ha lavorato a Il Mondo e la Repubblica, è stato direttore editoriale de Il Sole 24 Ore e direttore del settimanale Lettera Finanziaria e dell’agenzia Apcom. Attualmente è consigliere delegato della Fondazione Pirelli, vicepresidente di Assolombarda, responsabile Cultura di Confindustria e membro dei board di varie società e fondazioni e insegna alla Bocconi e alla Cattolica di Milano. Calabrò nella sua ultima opera racconta gli anni vissuti sul campo quando, caporedattore de L’Ora, conobbe pienamente la piaga sociale che cambiò violentamente l’assetto del nostro Paese, ricostruendo fatti e aneddoti che vedono protagonisti coloro che hanno pagato con la propria vita la loro ricerca della verità, Pio La Torre, il generale Carlo Alberto dalla ChiesaPiersanti Mattarella.
Un libro che diventa strumento culturale, un percorso che delinea perfettamente l’identità di una realtà – quella mafiosa – aberrante descrivendone la sua atroce guerra sanguinaria, la sua impronta passata e futura.
“Il maxiprocesso rappresenta la prima volta in cui lo Stato vince e la mafia perde, durante un dibattimento  ben gestito” dichiara il giornalista, che durante l’incontro ripercorre magistralmente gli anni segnati dal sangue, ricordando tra gli altri anche il procuratore Gaetano Costa, che ebbe il coraggio di firmare una serie di ordini di cattura contro una potente cosca.  “Un paio di occhiali, una pozza di sangue, davanti a una bancarella di libri. Un uomo mite, di provincia di quelli che avevano fatto la resistenza ma non la raccontavano per vantarsi” e del generale dalla Chiesa “Un grande servitore dello Stato”, ricorda Calabrò che a trent’anni anni dall’inizio del maxiprocesso  ricostruisce la “guerra” di Palermo minuziosamente riportando sia i dati certi che i dubbi e i misteri che avvolgono moltissime vicende, la speranza di poter sconfiggere questo male sociale “La mafia indebolita non va lasciata in pace” e la dura realtà “Ricordiamoci che il sanguinario Matteo Messina Denaro è ancora in libertà”.

Un incontro molto stimolante ricco di dettagli che andrebbero approfonditi e acquisiti per poter indagare sulla nostra coscienza civile ed evitare l’omertà che spesso vince sul nostro dovere di cittadini attivi, e conclude Calabrò: “Cosa nostra non è scomparsa, c’è una presenza diffusa dentro i tessuti del mercato, ma si può battere. L’antimafia non è retorica: è don Puglisi, Gaetano Costa, è un lavoro attento sull’illegalità”.

calabroNei giorni scorsi, a Catania, durante il convegno sulla corruzione il dato scientifico che emerge è che il 54%  dei giovani percepisce la corruzione come se fosse un semplice e scambio di favori, da questo si capisce  una cattiva ed errata concezione della legalità e dell’illegalità.

«Credo che sia necessaria in questo Paese una insistita e lunga e infaticabile battaglia culturale e civile per dire che la corruzione è l’esatto contrario della democrazia di mercato. Una cosa è il mercato, il capitalismo buono, le regole, la concorrenza, e un’altra è la corruzione. La corruzione distorce qualunque possibilità che venga secondo la logica dell’economia del mercato.  Adam Smith ha affermato il vantaggio del più bravo, quello corrotto non è il più bravo è il peggiore. Che cos’è il mercato? È un insieme di regole altrimenti non esisterebbe il mercato esisterebbe il dominio del più forte o del più corrotto. Se noi crediamo nell’economia di mercato ci conviene credere alle regole e continuare la lotta alla corruzione. Il fatto che nelle ultime relazioni sia dal presidente di Confindustria sia di Assolombarda si insista in modo determinante sull’elemento della corruzione dice che c’è una battaglia civile morale e culturale, quei ragazzi – il 54% – hanno torto e bisogna dimostrarglielo».

Il sacrificio di Libero Grassi coincide storicamente con la stagione dei maxiprocessi, cos’è cambiato nella lotta alla mafia in tutti questi anni? E che risultati ritiene abbia ottenuto la lotta al racket delle estorsioni?

«Io credo che sia cresciuta una consapevolezza importante della necessità che la lotta alla mafia la lotta al pizzo, alla corruzione, la battaglia per la legalità siano un punto fondamentale dell’economia di mercato. Le posizioni di Confindustria Sicilia con Lo Bello sono stati molto importanti».

Secondo lei è più determinante per limitare il potere mafioso l’attività di prevenzione o di repressione, incidendo sui patrimoni economici?

«Entrambe. C’è un grande bisogno che nel corpo della società italiana, nei suoi ambienti politi, economici la mafia sia percepita come un ostacolo allo sviluppo ed è necessario che tutti gli strumenti dello Stato siano raffinati al massimo: prevenzione dal punto di vista culturale, politico, civile, prevenzione dal punto di vista delle attività investigative – intercettazioni, controlli nel movimento del capitale – e repressione severissima O le tre cose vanno insieme o la mafia rialzerà la testa».

La crisi economica secondo lei quanto incide sull’attività illegale della mafia e se ha provocato un cambiamento di strategia.

«La mafia investe molto all’estero i capitali sui traffici internazionali dalla droga alle armi agli affari illeciti, la crisi economica può essere grave se in imprese di difficoltà si presenta qualcuno a dire “le banche non ti danno soldi? Non ti preoccupare te li do io” questo è un grande rischio di inquinamento e questo rischio noi lo percepiamo».

Le nuove generazioni hanno bisogno di una educazione alla legalità?

«Parlarne molto. Bufalino diceva “La mafia sarà sconfitta. Da un esercito di maestri elementari”».

gaetano-costa_* Era una giornata caldissima. Ricordo questo. Una  insolita concitazione a casa, l’eleganza semplice e rigorosa  di mia madre. Andava a Palermo con sorelle a fratello   per il funerale del giudice ucciso dalla mafia. Gaetano Costa era di famiglia, sposato con la cugina Rita Bartoli, che poi fu vedova coraggiosa.
Dopo l’assassinio accettò la candidatura con il Pci per l’elezione all’Ars. Per due mandati e fino alla morte (avvenuta nel 2001) lotta  per portare l’antimafia tra i giovani.  “La mia grande speranza – diceva, tanto minuta quanto forte – è di riuscire a vedere un giorno la Sicilia liberata dalla mafia dagli stessi siciliani. Senza ricorrere a invasioni militari o a leggi speciali. Coscienze libere che eliminano la mafia. Fino a non sentirne parlare più”.

Daniele Lo Porto

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