Quando si tratta di criticare il sistema pubblico di istruzione sembra che la creatività teorica non abbia limiti, nemmeno quelli del buon senso o dell’abc della filosofia politico-economica. Angelo Panebianco – editorialista principe del Corriere della Sera – è in prima linea negli elogi della scuola e delle università private. L’argomento più usato per sostenere che «la soluzione per l’Italia consista in massicce iniezioni di mercato» si fonda sulla distinzione tra pubblico e statale; e fin qui ci siamo: come infatti non condividere questa differenza? Ma il discorso prosegue con un ulteriore tesi (più volte sostenuta anche da altri laudatori del privato): «Perché è proprio del più retrivo statalismo negare che le istituzioni private (per esempio, se esistessero, scuole private di qualità) possono svolgere un importante ruolo pubblico».

La tentazione di liquidare una simile stupefacente affermazione con una battuta è forte: anche il tassista che prende i passeggeri svolge un ruolo pubblico e anche l’avvocato quando difende il cliente fa altrettanto; e chi non lo fa? Forse il dentista, il carrozziere, il gommista, il pizzicagnolo l’albergatore, il ristoratore e così via non svolgono un “ruolo pubblico”? Forse costoro consumano da sé i loro prodotti o servizi? E in effetti questi svolgono tale ruolo in quanto chiunque li possa pagare o ne abbia bisogno può fruire dei loro servizi e acquistare i loro prodotti, allo stesso modo di come fanno i “clienti” delle scuole private.

Ma ad essere rilevante non è tanto questo “ruolo pubblico”, bensì la titolarità dei profitti che se ne traggono. Le scuole private o l’imprenditore privato (dal mio pizzicagnolo all’ing. De Benedetti) sono tali non perché non abbiano un “ruolo pubblico”, ma perché i profitti del loro lavoro sono privati e – una volta pagate le tasse – possono essere utilizzati come gli pare e piace. È ovvio che qui si intende il termine “profitto” in senso lato: può essere quello meramente pecuniario, o consistere nel particolare interesse che perseguono coloro che promuovono e finanziano la scuola: l’educazione cattolica, la diffusione di una particolare mentalità improntata a certi ideali, o semplicemente nel mettersi al servizio di particolari obiettivi per perpetuare certi privilegi di cultura, classe, etnia, ambiente, gusti ecc. Da questo punto di vista l’essere “no-profit” conta poco, perché non è che in questo caso non si abbiano “profitti”, ma essi vengono (o debbono esserlo) interamente reinvestiti per le finalità dell’istituzione. Inoltre, gli imprenditori privati possono impiegare i loro soldi a propria discrezione, in base al “mercato”, cioè allocando i loro investimenti in base a ciò che si giudica essere il miglior tipo di prodotto o servizio o clientela o contesto economico al fine di ricavare il massimo guadagno.

Ma la scuola che è pubblica (o statale – in questo caso la differenza conta poco) non si comporta così: non solo essa non ha profitti privati, ma deve rispondere innanzi tutto ad un bisogno sociale (quello dell’istruzione e della cultura, costituzionalmente garantito) in quanto fornisce un bene pubblico ritenuto rilevante per l’intera società. E a tal fine chi la gestisce o ne ha la titolarità (stato, regione, comune ecc.) non valuta i propri investimenti in base alla redditività, in quanto deve assicurare il proprio servizio anche per chi è in condizioni economiche disagiate e vive in luoghi in cui sarebbe antieconomico investire (località scomode, come isole, zone montagnose, rurali e così via).

La scuola e l’università pubblica dunque, prescindono – e devono farlo! – dal profitto comunque inteso perché la loro missione è altra: assicurare una formazione paritaria su tutto il territorio nazionale, evitare le discriminazioni, elevare il capitale umano della sua popolazione, assicurare alti ed equivalenti standard di competenza per le figure tecniche e professionale da esse formate, i quali poi ritorneranno a vantaggio di tutta la società. E in ciò sta la differenza tra la funzione assolta dalle alte istituzioni educative, tra il loro fornire un bene pubblico, e quella dell’albergatore a cinque stelle, che ha anche un “ruolo pubblico”, ma certo non adempie una “funzione sociale”, né fornisce un bene pubblico: nell’offrire camere con idromassaggio Jacuzzi al prezzo di mille euro a notte vuole soddisfare una ricerca di lusso e agio che non è compito della società assicurare a tutti i cittadini e che va ad esclusivo appannaggio di coloro che hanno la possibilità di spendere.

Ma lo scopo di un sistema pubblico di istruzione consiste nell’assicurare alla società nel suo complesso migliori standard qualitativi, perché è nell’interesse di tutti che a diventare medici siano i ragazzi più dotati e non i figli cretini dei medici affermati. E inoltre – cosa da non trascurare – aveva (non so più se ancora ha o si vuole che abbia) una importante funzione di mobilità sociale, assicurando ai giovani dotati di capacità di fuoriuscire dal ghetto sociale in cui per ventura si sono trovati a nascere. Di contro, la scuola privata è assai spesso utile solo ai figli (cretini e no) di professionisti affermati, non tanto per favorire la qualità, bensì per permetter loro – mediante dei percorsi di studi facilitati e classisticamente salvaguardati (con alte rette) – di continuare a godere del privilegio della nascita. E anche quando questo non succeda – cioè anche quando si abbiano effettive istituzioni educative di alto profilo qualitativo, come avviene ad es. negli Usa con le università della Ivy League – loro tramite si favorisce una discriminazione di ceto e si incoraggia la perpetuazione della diseguaglianza: chi può infatti permettersi di pagare una retta di circa 70.000 $ annuali per mantenere il proprio figlio ad Harvard o Yale?

Le istituzioni educative private – ma il discorso può facilmente essere esteso ad altre forme di servizi, come ad es. la sanità o la previdenza – svolgono dunque sempre e comunque un “ruolo pubblico”; ma se il profitto o l’interesse in senso lato che le guida è privato, allora esse non hanno affatto una “funzione sociale”, bensì rispondono ad altre motivazioni: spesso a fare soldi (e ciò vale in particolar modo per gli istituti “laici”, in cui viene meno persino l’interesse per l’educazione religiosa), sfruttando una domanda che certo ha poco a che vedere con la ricerca della qualità e con l’interesse del complesso della società civile di un paese.

Ma al fondo di questa differenza (tra scuole private con “ruolo pubblico” e scuole pubbliche aventi una “funzione sociale”) ci stanno due immagini del paese, della società, dell’umanità, del futuro dell’Italia. E certo l’immagine che ne ha Panebianco non è quella che stava alla base di chi ha scritto la nostra Costituzione e che nel passato ha lottato per una scuola pubblica di qualità e di massa, al servizio di una società democratica, partecipativa, solidale e senza profonde discriminazioni economiche e di classe. Insomma, c’è da sceglierà tra il mondo come visto da Angelo Panebianco e quello invece auspicato da Piero Calamandrei, uno dei padri fondatori della Costituzione.

 

 

 

P.S. Tutte le citazioni di Panebianco sono tratte dall’articolo “Disprezziamo lo Stato e siamo statalisti”, in “Sette” del Corriere della Sera, 22 agosto 2014.

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