Non credo agli italiani, non come popolo ma come campione d’umanità. Non penso siano più bugiardi dei francesi, dei russi, degli indiani, degli americani: non di Bill Clinton almeno. Non credo a chi si vende come sommario di valori ideali. Non credo ai politici e non sono il solo: né peggiori né migliori dei componenti la cosiddetta società civile. La società è classista ma non castale, ladri e prepotenti stanno ovunque. Viviamo subendo la recondita armonia di maleducazioni diverse.

Facebook è la nostra biografia taroccata. Ho millecinquecento “amici”: belli, bravi, buoni, colti, intelligenti, leali; tra questi naturalmente uomini e donne perseguitati dal cinismo altrui. E quanti critici cinematografici attenti al dettaglio, quanti critici musicali con orecchio assoluto, quanti critici letterari che riconoscerebbero Baudelaire da un solo aggettivo, quanti filosofi che conoscono l’opera di Hegel frase per frase e infine quanti dantisti, teosofi e germanisti. Se questo è lo spaccato della società non riesco a capire come mai l’Italia sia ridotta così male. Non cito numeri ma sostanza: siamo così saggi (e teniamo alla nostra formazione) ma votiamo i “diversamente onesti”? Andiamo a letto con la coscienza morale di Kant ma amoreggiamo con l’amministratore tuttofare? Dove per tuttofare intendo proprio quel che pensate. Siamo innamorati di Shakespeare ma la domenica sera guardiamo Montalbano su rai uno? Siamo (o forse eravamo) contro il nudo in tivù ma andiamo a prostitute a trans e non so a cos’altro? Insomma siamo uomini ma non lo diciamo in giro.

Fu un professore di scuola media, della gloriosa “Luigi Pirandello” di piazza Stesicoro, a farmi conoscere “usi e costumi” dei popoli, né con uno studio di scienze sociali né con un saggio del giornalista di grido, ma con un fumetto. Lui la chiamava la “prova di Paperino”. Un gioco. Lo spiego in due parole.

Paperino è il personaggio più amato della truppa Disney. Scansafatiche e pasticcione, irascibile e sfigato. Lui è l’altra parte della società, forse la terza parte. Nella prima ci stanno gli ottimi cittadini come Topolino, nella seconda i fuorilegge come Gambadilegno o la Banda Bassotti e nella terza quelli troppo pigri per essere o l’uno o gli altri. Gli alternativi sempre e comunque, quelli per cui le leggi non valgono proprio: vantaggiose o meno che siano. Quelli schiacciati dal peso della generazione precedente o di quella successiva. E a proposito di generazioni passate. Lì in mezzo alla classe dei vecchietti troneggia la figura di Paperon de’ Paperoni o zio Paperone. Com’è stato scritto, probabilmente anch’egli è un infelice forse perfino più del nipotastro, però è un personaggio che un percorso di crescita l’ha fatto. Da povero emigrante e cercatore d’oro, da possessore di un piccolo decino, la numero uno (prima monetina guadagnata), a uomo più ricco del pianeta. Se il suo fine era la ricchezza (iniziò come lustrascarpe), miliardario lo è di sicuro. Ecco, diciamo che se entrambi hanno problemi o difetti quelli del vecchio cilindro – nell’economia di una storia fatta di obiettivi e sogni americani, apprezzati o discussi – sono perfettamente sopportabili (eufemismo).

Prova a chiedere però, diceva il prof con tono sicuro, prova a chiedere ai compagni – o a chi vuoi – chi sceglierebbero tra Paperone e Paperino. Cioè, chi preferirebbero essere. Insomma fa’ un sondaggio (allora non so se si chiamasse proprio così). La risposta sarà una sorpresa: tra uno spiantato ma simpatico perdigiorno e un antipatico riccone, la maggioranza voterebbe il primo. Gli italiani vorrebbero essere come Paperino non come il vecchio dickensiano Scrooge: voi ci credereste? Comunque un risultato lo ottenne il professore. Da allora diffido dei Paperini anzi dei paperinisti, anche quando vestendo gli abiti di Paperinik, si fingono supereroi o giustizieri. Parlo di uomini atipici – loro si definirebbero: autentici, anticonformisti, disubbidienti, eccetera – o di “amici” virtuali o nascosti, ovviamente non di fumetti.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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