La canonizzazione dei due papi Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, per molti aspetti assai diversi, fatta in concelebrazione congiunta da altri due papi – Francesco e Benedetto XVI – anch’essi per altri versi esprimenti una differente sensibilità e impostazione pastorale, offre il verso a molte riflessioni, che hanno sollecitato le più varie interpretazioni.

Ma non si tratta della banale circostanza del dover equilibrare una canonizzazione con l’altra, in una sorta di equilibrismo “politico” volto a non scontentare le molte anime delle quali è composta la chiesa cattolica. Né rappresenta un mero esercizio di rettificazione in senso conciliare di un papato che del Concilio Vaticano II – iniziato da Giovanni XXIII – aveva rappresentato solo in parte la continuazione, anche se in questo senso viene letto da autorevoli interpreti.

V’è in questa duplice canonizzazione e duplice concelebrazione qualcosa di più profondo, che attiene alla stessa natura fondamentale del cristianesimo e – più ancora – della chiesa cattolica: la sua capacità di proporsi come una religione unitaria pur all’interno e nonostante le molteplici sensibilità e forme di religiosità che l’hanno sempre attraversata. In ciò v’è qualcosa che attiene all’essenza stessa della chiesa, che non a caso si tenta di imitare anche da parte dei movimenti laici che riescono ad avere più longevità, mettendola in grado di rispondere di volta in volta alle sfide dei tempi. È la capacità di coniugare insieme due registri linguistici diversi: uno per il fedele, per chi si riconosce nei dogmi e nei principi di fede storicamente consolidatisi in un corpo dottrinale complesso e articolato; l’altro, per il mondo profano, che parla alla ragione naturale, al buon senso, alla necessità di riconoscersi in bisogni ed esigenze fondamentali difficili da rifiutare: la solidarietà, la carità, l’assistenza verso i più deboli, la comprensione dell’umanità altrui; ma che anche trova le parole giuste per dialogare con gli uomini di cultura, senza ricorrere ad anatemi e scomuniche: da buon gesuita, papa Bergoglio sa bene come questa difficile mediazione intellettuale debba essere esplicitata.

Non a caso la chiesa ha vissuto momenti di difficoltà quando questi due regimi linguistici sono stati a forza fatti collassare l’uno sull’altro: quando la fede – irrazionale dono che non tutti posseggono – viene utilizzata quale unico strumento di dialogo, per cui l’alternativa diventa o la conversione o la dannazione; oppure quando la chiesa si fa mondana, dimentica la dimensione del sacro e diventa solo protesta sociale, opera di assistenza, razionalistico discorso che non riscalda più i cuori. È quest’ultimo il limite di chi ha creduto di poter sostituire la ragione al sentimento, per cui Chateaubriand lamentava che i nuovi templi eretti dalla Rivoluzione francese erano dedicati solo a un astratto concetto di Vero, a una Ragione «che non ha mai asciugato una sola lacrima».

E così nei due papi si riflettono e si fondono questi due diversi linguaggi: quello di chi invita a tornare a casa e dare una carezza ai propri figlioli in nome del papa; e quello di chi propone  disquisizioni sul rapporto tra fede e ragione, cercando di risolvere, col richiamo a San Tommaso d’Aquino, un problema su cui si sono affaticati invano gli ingegni più alti del medioevo cristiano. Il linguaggio di chi accoglie, nella comune consapevolezza della diversità umana, gay e divorziati, peccatori e santi; e quello di chi vuole erigere fossati dietro cui trincerare la comunità dei fedeli, in nome dei “principi non negoziabili”.

È la compresenza di questi due regimi linguistici a far sì che – nel concreto esercizio pastorale – sia possibile una loro diversa articolazione, a seconda dei tempi e dei contesti, in modo da abbracciare quanto più e dividere quanto meno possibile. In fin dei conti, forse, papa Francesco, con questa duplice canonizzazione, vuole porre l’accento sulla necessità di parlare entrambi i linguaggi, senza rinserrarsi in uno solo di essi.

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