di Davide Di Bernardo.

Credo che dopo una catastrofe tutti possiamo essere bravi ad accusare, a dissentire da posizioni ideologiche, pronti a puntare il dito contro coloro che crediamo, anzi imprescindibilmente sappiamo, essere i colpevoli di tali fatti.
In molti hanno scritto che ciò che è accaduto a Parigi è stato l’11 settembre d’Europa.
Ma allora non c’erano ancora, o almeno non erano così diffusi, i social media.
Nessuno conosceva Twitter, vero protagonista delle prime ore con foto, video e live message, o Facebook che nel giorno successivo si è trasformato in vero e proprio “campo di battaglia mediatico”. Forse dovremmo abituarci ad un altro tipo di guerra, forse se anche gli uomini dell’ISIS usano i social per pavoneggiarsi dei propri attentati e preannunciarne di nuovi, forse ha ragione Papa Bergoglio quando dice che siamo già nel pieno svolgimento della III guerra mondiale, ma siamo talmente assopiti dal nostro quotidiano da non essercene accorti, da non essere pronti al renderci conto di tale pericolo perché significherebbe destarci dalle nostre comode poltrone.

Proprio il mondo social da noi utilizzato per far sapere agli “amici” che il nostro gattino sa far muovere un gomitolo di lana, o per informare i ladri che non siamo a casa ma a mangiare un piatto di spaghetti perfettamente fotografato al ristorante, è il terreno su cui i terroristi iniziano a conoscerci, ad integrarsi.
Il mondo non è bello come nelle storie Disney ed anche un semplice “like” può significare “attacchiamo” e decidere della morte o della vita di centinaia di persone.
Se l’11 settembre la superpotenza americana si è inginocchiata davanti al barbuto Bin Laden che rivendicava gli attacchi alle Torri Gemelle, e non solo, alla tv Al Jazira, oggi dei ragazzi paffutelli e con peli della barba appena accennati twittano che “noi occidentali” pagheremo la nostra offesa al Corano.

francia

Nel frattempo messaggi di solidarietà arrivano da tutto il mondo ad iniziare dal Presidente americano Obama, il primo, anche per motivi di fuso orario, a sentire telefonicamente Hollande e porgere il suo “Vi siamo vicini e vi sosterremo in qualsiasi decisione prendiate”.

Giorno 14 alle ore 18, la Cgil di Catania e l’Anpi hanno organizzato un sit-in di solidarietà al popolo francese di fronte la Prefettura di Catania in via Etnea, mentre i comuni di Palermo, Catania, Siracusa e Giarre per le stragi di Parigi, hanno indetto per lunedì il lutto cittadino e bandiere a mezz’asta.

A Siracusa, in particolare da quest’oggi le bandiere di palazzo Vermexio si abbassano e lo stesso si illumina con i colori della bandiera francese.

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Il sindaco di Acireale, Roberto Barbagallo, ha dichiarato: << Le bandiere della Città da stamattina sono a mezz’asta in segno di lutto e condividiamo lo spirito e l’intento del Circolo Santa Venera e della Deputazione della Reale Cappella, che in occasione della annuale ricorrenza della traslazione delle reliquie di Santa Venera patrona di Acireale e della diocesi, hanno voluto dedicare la celebrazione del pontificale delle 18.30 in Cattedrale alla preghiera per la pace e rinunciare allo sparo dei fuochi pirotecnici >>.

In un comunicato stampa, il Prof. Romano Pesavento, Presidente Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina dei diritti umani, scrive: “Ogni volta che viene ucciso un uomo innocente, in qualunque parte del mondo si trovi, l’Umanità viene sconfitta. Sta a ognuno di noi applicarsi nella quotidianità, attraverso la comprensione, la solidarietà e la compassione, affinché i Diritti Umani possano affermarsi e la civiltà progredire. La pace non è né un miraggio, né un luogo comune da citare retoricamente; è una meta da conseguire, un percorso da affrontare, un progetto da realizzare, mediante il sacrificio degli egoismi singoli e collettivi. All’odio non si risponde con la violenza verbale o fisica, ma con la cultura e la cognizione dei fatti. Educare le giovani generazioni costituisce il fulcro fondamentale di interventi operativi necessari per disinnescare gli ordigni potenzialmente esplosivi dell’intolleranza e del rifiuto latenti, spesso, anche negli animi apparentemente più remissivi”.

di Davide Di Bernardo

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