I gesti, gli atteggiamenti, i modi di gesticolare e di comportarsi sono spesso più eloquenti e comunicativi di tante parole; anzi, riescono il più delle volte a evidenziare il sotto-testo che sta a sostenere il testo, il linguaggio arcano a cui quello espresso fa solo da schermo. Vi sono i comportamenti fatti di azioni che dicono più di mille discorsi e palesano un programma politico, una visione del mondo, non contenuta, spesso persino mascherata, nelle enunciazioni programmatiche. Come la mancata partecipazione di Berlusconi – sin dall’inizio della sua avventura politica – alle celebrazioni per il 25 aprile; o come l’assenza di Renzi al recente congresso nazionale della Cgil, prima assoluta per un segretario del Pd (e dei partiti che lo precedettero).

Ma vi sono movenze anche minime. Basta un sorriso, un tic, una espressione del volto per capire la personalità o le segrete motivazioni di un politico, specie in pubblico, in un talk-show o una conferenza stampa (su ciò che appartiene al privato non possiamo giudicare).

Il sorriso della ministra Maria Elena Boschi, ad esempio. È quasi uno scusarsi imbarazzato, un dire “sono qui, ma non so come ci sono finita”; anche l’ammissione di una certa consapevolezza dei propri limiti, insieme alla buona volontà di superarli. Del tutto diverso quello della Pina Picierno: è la notificazione della consapevolezza dei propri imprescindibili meriti e diritti alla occupazione di quel posto, uno sbattere in faccia agli altri la propria superiorità, con la supponenza, l’arroganza e l’alterigia di chi ha capito tutto mentre gli altri annaspano nel buio.

Quando la Boschi sorride vorrebbe quasi far dimenticare la propria bellezza, nei cui confronti sembra essa stessa imbarazzata e della quale pare scusarsi, per non far pensare che sia proprio quella la ragione del suo repentino successo; e il suo sorriso dice, “sì, lo so cosa pensate di me e a quali retro-pensieri siete naturalmente portati, ma non è per questo che occupo questo posto e cercherò di dimostrarvelo”. È dunque un sorriso che promette, che accenna a un futuro, al desiderio di accettare e farsi accettare, anche per la propria avvenenza. La Picierno, che brutta non è, invece sbatte in faccia agli altri il proprio fascino meridionale e sorridendo sembra dire, “embè?, peggio per voi che non ci siete riusciti. Io sono qui e ci resto, a prescindere. E voi che criticate siete i soliti “rosiconi” e nulla intendete delle mie qualità”. Il suo sorriso non accenna al futuro, non si impegna, non si rende disponibile, ma è la certificazione di un risultato, un compimento che si spiattella in faccia agli altri, che devono solo acconsentire o essere oggetto della irrisione.

Nel sorriso imbarazzato della Boschi prevale il desiderio di avvicinare, ridurre le distanze, la voglia di far condividere; e quando esso si fa più aperto, quando si trasforma in risata, ha un carattere liberatorio, tipico di chi ce l’ha fatta ed è felice di farlo capire. In quello della Picierno v’è la richiesta di una presa d’atto della distanza, la esibizione di una appartenenza a un ceto che si pone come separato, diverso, arroccato in se stesso e la sua risata è di scherno, di chi è autosufficiente nella propria superiorità e vede gli altri dall’alto al basso.

Due sorrisi, due modi di interpretare il proprio ruolo politico, due atteggiamenti comportamentali, forse anche due programmi politici che potrebbero raccontare due diverse anime del governo Renzi.

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