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Paternò – Alla Galleria d’Arte Moderna (GAM), è stato presentato il libro di Elvira Seminara, scrittrice e giornalista, L’ “Atlante degli abiti smessi “.

“Immaginate di aprire il giacimento di abiti smessi, di guardare gli strati di abiti, sembrano quelli geologici della terra, all’inverso.

L’ “Atlante degli abiti smessi” è come un percorso terapeutico, una lettura che permette al lettore di avvicinarsi con curiosità al romanzo e di potervisi immedesimare”.

Con queste parole, il sindaco Mauro Mangano, introduce il romanzo e pone all’autrice alcune domande.

Tra Eleonora, la figlia Corinne, il luogo e la data vi è un rapporto casuale? E tra i personaggi scelti hai preso spunto da qualcuno realmente esistito?

 

“ Gli armadi sono come scatole magiche, raccontano in modo borghesiano come utilizziamo gli abiti e gli oggetti, la relazione che instauriamo con le cose. La scelta di Parigi come ambientazione è studiata. Parigi è una metonimia. E’ una ‘non città‘, metafora di bellezza.

Il romanzo è ambientato nel 1992 perché subito dopo ci sarebbe stato l’avvento di internet (1994). Il 1992 è una data relativamente recente, ma che non è stata ancora contaminata dal web e dal digitale. Non esisteva il cellulare, per telefonare ci si appartava nelle cabine telefoniche, oggi recuperate come vani- librerie nelle capitali europee.

Vi ricordate il gettone? Occorreva inserire il gettone per potere raggiungere qualcuno telefonicamente. Il gettone con la sua  fisicità coincideva con il tempo della conversazione, il congedo telefonico avveniva spesso in anticipo, perché l’interruzione della linea era sempre come un’ascia, che tronca all’improvviso la parola. Nel 1992 per comunicare con qualcuno o lo si incontrava, gli si telefonava, o gli si scriveva, ed è quello che fa Eleonora: scrive da Parigi alla figlia Corinne a Firenze. Prima dei cellulari, di facebook, whatsapp, non eravamo perennemente reperibili, si percepiva tanto la distanza, il tempo aveva un’ identità, una fisicità, una sofferenza.

Nella scrittura si condensano aggregazioni di vite, nessuno dei personaggi del romanzo esiste davvero, lo scrittore è un voyeur, che osserva la realtà circostante, e la usa a suo piacimento”.

“Cuciture- …Rinforza sempre l’ultimo punto “ .

La parola “sarto” deriva dal latino “sarcire” divenuto poi “cucire”, ma anche inteso come “risarcire”, “ricostruire”. E’ un’azione educativa, tutti dovremmo avere la pazienza di ricucire legami, riutilizzare le cose, calibrare il filo necessario perché ogni cosa può essere recuperata in modo diverso. L’antica pratica Giapponese “kintsukuroi “ letteralmente “riparare con l’oro”, consiste nel riparare gli oggetti rotti con materiali preziosi, oro e argento colato, per risaltarne le crepe, le spaccature. Ogni oggetto ritrova l’unicità, diventa speciale per l’intreccio casuale e unico della molteplicità delle proprie ferite. L’imperfezione di queste, diventa perfezione, estetica esteriore ed interiore, un elemento da valorizzare, invece che da nascondere.

Questa pratica ci rivela quanta saggezza ci sia nell’azione del cucire.

Alla presentazione sono intervenuti: l’Assessore alla Cultura Valentina Campisano, la poetessa Cettina Caliò (che si è occupata del reading ), l’ideatrice dell’associazione Filo Bizzarro Giuseppina Caruso, l’Architetto Antonella Caponnetto che ha illustrato la mostra “ frammenti di estrazione urbana, esistenziale e domestica” , il Sindaco Mauro Mangano, che ha interpretato la lettura di alcuni passi del romanzo indossando capi d’abbigliamento recuperati dal suo armadio dei ricordi, di uno stile decisamente vintage.

Pasolini descriveva l’abbigliamento maschile come segno distintivo di un personaggio.

Oggi, ci si modella con l’abito, attraverso il riutilizzo dello stesso , si rinasce sui resti .

Ci vuole misericordia coi vestiti. Anche quando è tardi, e sei stanca, non abbandonare il vestito a terra o sul letto. Allargalo e stendilo con dolcezza sulla poltrona, affinché possa riposare.

Anche loro si stancano quando vanno in giro, e le cuciture si tendono, la stoffa si ammacca, e si contrae. Non sottoporli ad una notte di tensione, storti o aggrovigliati ai piedi del letto, ne soffriranno . Tutti gli oggetti, non solo i vestiti e i corpi, patiscono le brutte posture .

Per questo a volte cadono da soli, o si squarciano, si spezzano al minimo tocco. Sono affaticati.

Hanno spasmi, fitte.

Vestiti lasciati in sospeso sbottonati, o con la cerniera a metà, come in attesa di qualcosa – un pezzo d’orlo da ricucire, una cintura in quei passanti troppo vuoti. Chissà se esiste un paradiso dei vestiti buoni”.

L’autrice, appassionata di pop artist, ama collezionare oggetti, stoffe, nastri, bottoni, che riutilizza per le sue composizioni artistiche.

Elogi al Sindaco Mauro Mangano da parte dell’autrice, entusiasta per la sensibilità mostrata verso l’arte e la cultura in generale.

L’ atlante degli abiti smessi è un inventario poetico, a volte malinconico, che la protagonista Eleonora, invia alla figlia, con cui non parla più da tempo.

Un reiterare di “Vestiti che…” scandisce il tempo e lo spazio fluttuando fra i ricordi e alternandosi ad esortazioni, confessioni, consigli, che una madre vuole donare alla figlia distante.

Un metalibro dalla scrittura semplice, leggera, a tratti sofferta, come sofferto è il legame fra madre e figlia, con cui il lettore trova comunque modo di immedesimarsi e apprezzare il tutto come una tela dipinta di parole sapientemente scelte.

La mostra di installazioni realizzata dalla stessa autrice, sarà visitabile fino al 31 Gennaio presso la Galleria d’Arte Moderna di Paternò.

Anna Agata Mazzeo

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