R.S.

 

PATERNO’ Per la Chiesa cattolica e quella ortodossa Santa Barbara è la protettrice della Marina Militare Italiana, dei Vigili del fuoco, delle Armi di Artiglieria e Genio; oltre che dei geologi, dei montanari, dei lavoratori nelle attività minerarie e petrolifere, degli architetti, degli artisti sommersi e dei campanari, nonché di torri e fortezze, dei dipendenti Anas e dei Cantonieri. Viene invocata contro la morte improvvisa per fuoco,  protettrice da fulmini e saette, patrona degli addetti alla preparazione e custodia degli esplosivi, più in generale, di chiunque rischi di morire di morte violenta e improvvisa. Santa Barbara è anche la Patrona della città di Paternò, vittima in questi giorni di un episodio alquanto oltraggioso, discusso e discutibile per i paternesi onesti: l’inchino e ol bacio delle “varette (cerei) dei dipendenti comunali e degli ortofrutticoli  davanti il figlio del boss Assinnata, davanti casa dell’ affiliato al clan catanese Santapaola.

Importante sottolineare che nessuno dei portatori dei cerei, “Varette”, è dipendente comunale e sono totalmente estranei alla vicenda che li ha visti loro malgrado nominati. L’oltraggiosa vicenda si è svolta davanti gli occhi sbigottiti di forze dell’ordine, dipendenti comunali, e cittadini devoti alla Santuzza. La notizia è subito trapelata e resa pubblica in televisione tramite i media nazionali oltre che tramite giornali cartacei e on line. Immediata la risposta delle forze dell’ordine:  ordinanza emessa dal Questore di Catania, Marcello Cardona, che  vieta la  partecipazione alle processioni delle due varette durante i festeggiamenti patronali. “Risulta essere fondamentale smontare il sistema mafioso non solo tra i banchi di un tribunale ma anche nella sua essenza culturale” così come afferma il Questore Marcello Cardona.

La  vicenda ha attirato anche l’attenzione di Giulio Golia  inviato del noto programma televisivo “Le Iene” che si è recato in città per realizzare un servizio, che presto andrà in onda sulla rete televisiva nazionale. Contrariato, dopo l’intervista rilasciata a Giulio Golia, appare il sindaco Mauro Mangano che sul proprio profilo Facebook scrive con un ironico  hashtag “Grandegiornalismo”: “E quindi il problema del “giornalista” delle Iene che mi ha intervistato non era sapere come e se Paternò reagisce e lotta la mafia, se ci sono imprenditori coraggiosi, se ci sono progetti di recupero per i minori, se la dispersione scolastica è ridotta enormemente, ma solo perché gli uffici del Comune sono di fronte alla casa di un boss, e se le varette sono pagate o no dal Comune”. Il gesto dell’inchino e del bacio delle varette  lasciar intendere che la malavita di Paternò ha lanciato un chiaro messaggio: pensa di “comandare Paternò”, che sono “capaci” di sottomettere un’intera cittadina, che non è in mano alla mafia, ma che da anni ha subìto ingiustizie, è stata mal governata soprattutto quando i cittadini, attraverso il proprio voto mandano a Roma i propri rappresentati politici con stipendi, indennità  e vitalizi d’oro, che pensano solo ai propri interessi alle loro famiglie e mai al “bene comune” della propria città e soprattutto dei cittadini della Regione e maggior ragione della nazione Italia.

La città di Paternò da sempre ha avuto ed ha un grande potenziale oltre alla presenza massiccia di associazioni di volontariato, che di seguito non riportiamo per non dimenticare nessuno, ma soprattutto ci sono cittadini onesti stanchi, sopraffatti di essere sempre gli ultimi che non hanno la possibilità di esprimere la propria creatività, ma soprattutto la propria intelligenza creativa e propositiva per la proporre una vera democrazia e una coesione sociale.

La parola democrazia dal greco deriva da due parole greche demos Kratos, potere del popolo il cui significato per estensione potremmo aggiungere potere coercitivo del popolo. I Greci con demos indicavano i ceti poveri, i braccianti, il popolo insomma; con kratos, invece, si indicava il potere, ma nella sua accezione coercitiva. Il grande Platone la definiva: “la democrazia nasce quando i poveri, dopo aver riportato la vittoria, uccidono alcuni avversari, altri ne cacciano in esilio e dividono con i rimanenti, a condizioni di parità il governo e le cariche pubbliche”. Sorgono spontanee le domande: la vera democrazia partecipata quando è possibile realizzarla? Quando non si ha ancora un governo del popolo, quale potrebbe essere il vero significato di “democrazia partecipata”? Potremmo mai realizzare una “democrazia partecipata”? Per realizzarla, i cittadini dovrebbero essere prima di tutto onesti avendo come eroi e modelli da seguire  martiri della giustizia come Aldo Moro, Peppino Impastato, Pier Santi Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Pippo Fava, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, e don Pino Puglisi che della parola Giustizia ne hanno compreso appieno il significato, seguendone il modello e mettendo in pratica la vera giustizia fino ad arrivare alla morte. In questo senso che la giustizia diventa una virtù morale, Virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge. In altre accezioni, il potere di realizzare il diritto con provvedimenti aventi forza esecutiva e l’esercizio di questo potere e il sistema che ne consente la realizzazione. cosciente del proprio impegno per informarsi, comunicare proporre, realizzare, controllare. Poiché  la giustizia, per sé, per gli altri e per chiunque, si traduce comunque in un dovere e in un diritto che coinvolge chiunque appartenga ad una Nazione, Regione, città, comunità civile, sociale e cattolica.

La giustizia è la costante e perpetua volontà, tradotta in azione, di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto; questo è l’ufficio, deontologico e inviolabile, che il magistrato preposto deve porre in atto nei luoghi deputati a rendere giustizia: i tribunali. La giustizia, che è messa in atto sempre come volontà del popolo, è anche azione repressiva, potere legittimo di tutelare i diritti di tutti, quindi rendere ad ognuno, nelle circostanze riconosciute, di accordare giustizia ascoltando richieste per essa e in nome di essa accordando ciò che è giusto quando è dovuto e a chi è dovuto.

Sempre citando il grande per Platone: la giustizia è l’armonia sia tra le diverse facoltà dell’anima sia tra le diverse classi dei cittadini, in quanto assegna a ogni facoltà, a ogni ceto quello che a ciascuno spetta, come ‘attuazione del proprio compito.

Per Aristotele: la giustizia la contrappone all’ingiustizia e la teorizza come giusto mezzo non tra opposte tendenze soggettive, ma tra due quantità estreme che sono il troppo e il troppo poco nell’assegnazione degli onori e beni pubblici o nello scambio privato dei beni.

Come diceva un grande martire della giustizia il giudice Paolo Borsellino : La “Rivoluzione” si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara, e più affilata di un coltello. Per citare una sua grande verità Il grande Paolo Borsellino in merito alla lotta mafia si esprimeva così “La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. Paternò non s’inchina alla mafia non è cosa nostra, ma casa nostra come del resto tutta la Sicilia e i siciliani onesti.

 

 

 

santa Barbara

 

 

 

 

 

 

Diffondi la notizia!Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInTweet about this on TwitterEmail this to someone

Scrivi