C’è un’inedita condizione –  sinora non colta – che connota i nuovi orientamenti dell’opinione pubblica italiana e che fa da sfondo all’ampio (sorprendente e dirompente) consenso ottenuto dal PD e (principalmente) da Renzi (o dal PD “di” Renzi), sino al punto da determinare, in queste ultime settimane, anche nuove disponibilità alla collaborazione per le riforme e a far condividere alcune scelte del Governo (pensiamo ai recentissimi dissidi interni a SEL, che non potranno che spappolare la natura esclusivamente “antagonista” di certa sinistra radicale).

A quella che ho definito in esordio come “inedita condizione”, proverò a dare il nome di “voglia di pragmatismo”. A me pare sia questa la “cifra politica” che sembra connotare le aspettative, gli atteggiamenti, gli umori di una parte amplissima di un’opinione pubblica, che ha grande bisogno – nel vivo di una profondissima crisi economia, finanziaria, di prospettive che dura da diversi anni – di ritrovare innanzitutto un clima di fiducia per costruire nuove opportunità per se stessa e per il paese. È visibile a tutti come si sia esaurita definitivamente la “spinta propulsiva” del berlusconismo, di quel Berlusconi, che era  riuscito in questi 20 anni nell’abile impresa di coniugare (nella tutela prioritaria dei suoi interessi personali) la costruzione di perversi intrecci tra Stato–“individualismo di massa”–“cricche-consorterie” economico-finanziarie con un “clima ideologico” (l’anticomunismo) in un’epoca che, già a partire dal XXI secolo, si era venuta  configurando come “post-ideologica”.

Qui, adesso, non si tratta di dividersi in “renziani” o “antirenziani”, né di aderire a quella coazione a ripetere espressa nell’ironico commento sull’inedito “ritorno ad una nuova DC”: questa è solo la paccottiglia banale che, al massimo, può impegnare, con un link o con un “mi piace” il clima di polemiche superficiali nel web o nei social network, o qualche giornalista de “Il Fatto”, in stato di irretimento permanente effettivo. Nel brevissimo volgere di 1-2 anni, quella che era la lunga e consolidata tradizione di “cultura politica” della sinistra – ex PCI-DS-PDS – si è trovata immersa nei suoi “vuoti”, nelle sue incrostazioni, nelle sue ambiguità, nelle sue laceranti contraddizioni, dovute essenzialmente al fatto che il gruppo dirigente del PD, unito attorno a Bersani, fosse convinto di poter affrontare un cambiamento epocale senza (o non è stato in grado di) saper avviare  un “nuovo inizio”, un “processo costituente” –sia di classe dirigente, di ceto politico, sia di idee, progetti, “politiche”, ecc –, al punto da illudersi che la “rendita” della “Ditta” potesse bastare a reggere di fronte alle profonde aporie di un’azione politica, che la crisi esplosa nel 2008 aveva reso negli ultimi 4-5 anni ancora più vistose.

Matteo Renzi ha saputo afferrare l’occasione per i capelli, ha saputo corrispondere alla consapevolezza di una “domanda” diversa, che è emersa consciamente nel voto, con il 41% di consensi. È vero che Renzi ha operato un radicale scossone – sino al limite della “spregiudicatezza” (con la crisi del Governo Letta – quadro che appare lontano anni luce); è vero che è uscito nettamente dagli schemi di “cultura politica” della tradizione della sinistra: anzi è uscito davvero dalla “logica degli schemi” cui eravamo attardati da molto tempo. È davvero strano che un fine e raffinato analista, come Alberto Asor Rosa, nel toccare quest’aspetto, sia rimasto ancorato al cliché di un debole “moralismo politico” – ritengo infatti  che la “cooptazione dall’alto”, nel processo di selezione per la successione dentro il partito, sia apparsa ai più, essa stessa, una “concausa” del declino dell’immagine del PD.

In un‘epoca di “eccezione democratica” e nel vivo della società dello spettacolo (Guy Debord), la personalizzazione della politica è da gran tempo, già  “nei fatti” – agli atti della consapevolezza dell’opinione pubblica. E il “taglio” della scena politica (operato da Renzi) è apparso un forte elemento di dinamizzazione/mutamento e di credibilità. Non è un caso che – a parte l’ineffabile e sterile frasario antagonista di Civati – nello scontro alle primarie per il PD, un “NON-fondamentalista riluttante” (per parafrasare il titolo del bellissimo romanzo del pakistano Hamin Mohsin), come Cuperlo, (colto e bravo dirigente di primo piano della “tradizione” della Ditta) si sia attestato appena al 18%. È ovvio che adesso, di fronte ad un consenso al PD del 41% molti gruppi/partiti/movimenti siano obbligati a ridefinire la loro collocazione. Tra questi, quella che appare davvero singolare è l’opera di totale inversione operata da Grillo e M5S. Non intendo dire che la strada, per Renzi e il PD, sia tutta in discesa, ma la politica e l’agire politico mantengono un senso, solo se si parte da questo mutamento che è avvenuto. Sapendo che – come purtroppo non sempre accade – la politica, “come la vorremmo”, non può prescindere dalla politica “per come è effettivamente”, così come gli accadimenti ce la mettono sotto gli occhi.

Scrivi