Vi sono dei lettori (di un’altra testata per la quale scrivo) che considerano i miei frequenti riferimenti al capitalismo e alle sue infinite declinazioni esistenziali, ideologiche, comportamentali, una fissa! È fin troppo facile rispondere che anche ammettendo che lo sia, una fissa, lo è anche scrivere di calcio e solo di calcio tutti i santi giorni. E questo giusto per fare un esempio qualunque.

Proviamo a riflettere. Forse non è il mio pensiero (ma mi pare di essere in buona compagnia, con gente come Foucault, Deleuze, Baudrillard….) a inseguire ossessivamente l’argomento. Forse è l’argomento a mostrarsi ripetutamente attraverso le infinite manifestazioni della sua materia, quasi un offrirsi spontaneo allo sguardo di chi vede. Di chi interroga le cose. Di chi le va sentendo volatili nell’aria e le annusa e le afferra con un semplice gesto della mente.

Il grande Foucault amava dire che “….c’è pensiero….!”, al di là che si dia una mente precisa in un momento preciso e in un punto preciso dello spazio che pensi. Che poi è un altro modo di esprimere la nozione chiave dello strutturalismo: che l’“uomo” è un’entità superata, inadeguata a descrivere la realtà umana, immersa in una rete di significati e di significazioni che lo costituiscono.

Il “pensiero” del capitalismo – pervasivo, nebulizzato nelle infinite particelle che respiriamo, tossico e dunque capace di produrre assuefazioni e dipendenze dell’organismo – si mostra costantemente attraverso il suo negarsi. È un po’ come iniziare una frase con la locuzione “….non è che voglio dirti che sei scemo….!”, miracolosa scissione fra enunciato ed enunciazione, quest’ultima funzionante nonostante l’altro. E dunque perché sorprendersi o infastidirsi per la pratica di un “pensiero” traverso, che bracca costantemente quello, che lo sfianca, che ne limita – anche se solo per una parzialissima quota – gli effetti.

Diego Fusaro ha da tempo proposto il concetto di “capitalismo assoluto”, a sottolineare il carattere totalizzante dei suoi presìdi ideologici, funzionanti a pieno regime, tracimanti, generatori di vissuti oltre che di idee. In due parole: generatori di soggettività!

Probabilmente non è mai esistita un’edizione del capitalismo che non fosse assoluta, totalizzante, ma bisogna dare atto all’enfant prodige della filosofia italiana che la sua  forma attuale – che a mio parere non si caratterizza al meglio come “finanziaria” bensì come “del debito” – ha raggiunto una precisione, un’incisività e una puntualità inedite. Una completezza effettuale impensabile. O – meglio – non pensabile, nel senso in cui nella psicoanalisi bioniana è non-pensato gran parte del nostro patrimonio emozionale.

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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