Tempo fa Papa Bergoglio ha voluto ricordare Cocò Campolongo, il bambino di tre anni trucidato con i genitori a Cassano allo Ionio. Auspicando nel contempo che gli assassini “si pentiscano e si convertano”. Il commento linguistico che si è potuto leggere in internet è stato: auspicando e “commettendo un errore grammaticale“.

Che la forma “si pentiscano” sia un errore morfologico è invero assai discutibile. In primo luogo non viola il principio della comprensibilità, non inferiore certamente alla variante “si pentano“. Sarebbe allora errore solo perché tale forma è estranea a chi giudica, “diversa” da quella a lui familiare? Oppure sarebbe errore, presuntivamente, perché in bocca a un non-nativo, a un “allofono”, a uno straniero, com’è il Papa, ispanofono sudamericano?. E quindi si tratterebbe di una forma dovuta all’interferenza con lo spagnolo? Ma l’ipotesi è da escludere in quanto in spagnolo “arrepent-irse” al congiuntivo fa “se arrepient-an” e all’indicativo “se arrepient-en“, e non esiste “arrepent-ec-erse” da cui un ipotetico “se arrepent-ezc-an” o “se arrepent-ec-en“. Se il Papa ha però detto “si pentiscanoci deve pur essere una qualche regola nella sua grammatica mentale inconscia, che merita di essere indagata.

Se si prova ad analizzare la morfologia verbale dell’italiano, si scopre con la complicità di una grammatica istituzionale come quella di Luca Serianni (1988) che in italiano ci sono circa 500 verbi in “-ire” (sui 1290 riportati in un dizionario come quello del De Mauro), circa il 40% quindi, che presentano la stessa finale di “fin-isc-ano“. Alcuni anzi possono alternare: “starnut-isc-ono” / “starnut-ono“, ecc. E quindi si può ipotizzare che il sommo Locutore abbia esteso creativamente tale regola anche al verbo “pentirsi“.

La citata grammatica ricorda che si tratta di verbi cosiddetti “incoativi”, con l’infisso “-isc-“, la cui funzione attuale è quella di rendere la coniugazione del verbo fonologicamente simmetrica. Grazie all’infisso l’accento cade infatti sempre sulla desinenza (accentazione “arizotonica”) anziché sulla radice: “starnùt-o” / “starnut-ìsco“, starnut-ìsci, starnut-iàmo, starnut-ìte, starnùt-ono/starnut-ìscono“. In latino invece il verbo incoativo indicava l’inizio di una azione, così “augeo” ‘cresco’ si opponeva ad “augesco” ‘comincio a crescere’.

Si potrebbe a questo punto ritenere pure che si tratti di una “regola” tutta francescana, personale, “idiolettale”. In realtà, una scorsa a banche dati come “Google libri” permette di constatare che le forme incoative (“pentiscono” ecc.) sono documentate almeno dal ‘400 ai primi del ‘900. E in testi spesso religiosi. La cui frequentazione da parte del Papa non può certo escludersi. Nella zanichelliana LIZ/BIZ, ricca di circa 1000 testi letterari, non mancano esempi illustri di Niccolò Manerbi 1475 (“se pentisca“), di Francesco Colonna 1499 (“se pentisce“), di Veronica Franco 1575 (“mi pentisco“, “si pentisce“), autori tutti di area veneta.

Ma volendo scavare più a fondo nella grammatica inconscia del Papa, si ricorderanno i trascorsi settentrionali italiani, piemontesi, della famiglia di Francesco (cfr. la “spuzza” dello scorso marzo). Ebbene, nel dialetto piemontese, come ci confermano dialettofoni nativi, il verbo in questione è incoativo: “lor es pentìsso“. E non diversamente in area veneta, nel padovano: “(lori) se pentìsse“. Il Papa ha quindi parlato con la grammatica profonda degli avi, una forma di italiano regionale peraltro attiva anche in italofoni torinesi, secondo quanto abbiamo ulteriormente constatato. Che poi le forme incoative di “pentirsi” siano state censurate dai grammatici dell’800, come Giovanni Battista Pistolesi 1813, Marco Mastrofini 1814, Stefano Franscini 1831, Vincenzo Nannucci 1843, si spiegherà come effetto di dialettofobia.

Lungi quindi dall’errare, si può anche sospettare, sulla scorta della grammatica latina su ricordata, che il Papa abbia (inconsciamente) scelto la forma incoativa “si pentiscano” per dire ‘comincino a pentirsi’ rispetto al più scontato e banale “si pentano“.

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