Cent’anni di attività e cinquanta cicli di spettacoli classici al Teatro Greco di Siracusa e non dimostrarli. Questo il traguardo raggiunto dall’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) che si presenta, per questa stagione 2014 apertasi il 9 maggio scorso e che si chiuderà il prossimo 22 giugno, con il meglio in fatto di rappresentazioni classiche.

Parliamo di AGAMENNONE, COEFERE ed EUMENIDI di Eschilo e di LE VESPE di Aristofane.
Ma di seguito riportiamo una riflessione sulle opere suddette a cura dello studioso di storia e filosofia, Salvatore Daniele.

“Questo sepolcro racchiude Eschilo, figlio di Euforione, Ateniese,
morto a Gela ricca di messi;
il bosco di Maratona potrebbe parlare del suo valore illustre
e il Medo dalla lunga chioma, che lo conosce.”

Questo l’epitaffio inciso sulla tomba di Eschilo a Gela, probabilmente da lui stesso ispirato. Nessun cenno alla gloria poetica, ma l’orgogliosa rivendicazione di avere servito con valore la patria, combattendo vittoriosamente a Maratona, nel momento drammatico dell’invasione persiana del 490 a. C. Sono i decenni della costruzione nella città di Atene di un inedito regime politico, l’isonomia, ‘ordinamento paritario’, che ne rinnova profondamente l’assetto istituzionale. L’isonomia prevede che il governo della comunità non debba più essere un monopolio, ormai socialmente anacronistico, delle antiche famiglie aristocratiche, i ghenē, esercitato mediante le loro associazioni, ma sia aperto, di diritto e di fatto, alla partecipazione di tutti i cittadini tramite l’assemblea, il consiglio, i tribunali popolari. Si verifica dunque sia un progressivo trasferimento di forza dagli antichi ordinamenti delle esclusive consorterie aristocratiche alle nuove o rivitalizzate istituzioni, aperte a tutti, dello Stato, che acquista sempre più poteri e funzioni, sia lo svuotamento di efficacia delle vecchie consuetudini, thesmoi, in favore delle nuove leggi, nomoi. Entrambi gli eventi segnano il passaggio da ciò che veniva considerato eterno e immutabile a ciò che viene consapevolmente istituito e codificato, ritenuto suscettibile di modifiche, in base alle circostanze. Se prima lo Stato era concepito essenzialmente come una concreta struttura privata e familista, strumento di potere dei ghenē, ora comincia ad affermarsi il nuovo concetto astratto di Stato come ente pubblico costituito dall’universalità dei cittadini, dispensatore di eguali diritti per ciascuno. Si tratta di un progetto ambizioso, che verrà portato avanti ma che purtroppo non avrà compimento. Oltre che alla potenza dei nemici che circondano Atene, il fallimento sarà dovuto alle contraddizioni interne: i nuovi esponenti politici ripeteranno, chi più, chi meno, gli errori commessi dai membri della vecchia classe dirigente, ricadendo negli stessi atteggiamenti di chiusura egoistica, di aggressione e sopraffazione, tanto da consentire agli avversari di parlare non più di isonomia, ma di democrazia, ‘dominio del popolo’, che si sarebbe meramente sostituito all’antica aristocrazia come classe dominante. Il nuovo regime di Atene avrà una vita di circa due secoli, il V e il IV a. C., rimanendo per lunghissimo tempo, dopo la sua estinzione, un unicum nella storia. Ma nei suoi primi decenni esso riesce ad avere la meglio, grazie alla sua giovane vitalità, su tutti i nemici che lo aggrediscono, quelli interni, gli aristocratici, e quelli esterni, l’oligarchica Sparta e i Persiani.

Eschilo, nato nel 525 ad Eleusi, nei pressi di Atene, è nobile per nascita, ma, come altri della sua classe sociale, aderisce pienamente al progetto della nuova Atene, combatte come soldato valorosamente per essa, la istruisce facendosi interprete e maestro sulla scena dei nuovi ideali. In un momento in cui la tradizione tendeva a cedere di fronte all’avanzare dell’innovazione, non senza forti resistenze, Eschilo fu apertamente un innovatore, nel senso autentico di questa parola: egli non ruppe di principio con la tradizione, ma la esaminò e la corresse consapevolmente laddove trovava errori, non esitando a dichiararlo francamente sulla scena. Non c’è dubbio che fu uno spirito libero, nemico di ogni conformismo, cosciente del suo ruolo di intellettuale: se il suo patriottismo era indiscutibile e le vittorie di Atene sui nemici erano esaltanti, egli però non temette di ammonire la sua Patria sulle conseguenze di una politica estera aggressiva: dopo ogni guerra “ciascuno ha negli occhi colui che scortò alla partenza. Ma ora, nelle case non tornano uomini vivi: funebri vasi, invece, e cenere!” (Agamennone, 433-436, utilizzo l’originale e felice traduzione dell’Orestea di Ezio Savino, Milano, 1978)

Eschilo fu il creatore della ‘tragedia greca’. Prima di lui c’era un solo attore, l’hypocritēs, che dialogava con il Coro. Eschilo introdusse il secondo attore, il deuteragōnistēs, e lo fece dialogare con il primo, che diventò allora il prōtagōnistēs , così trasformando quello che prima era sostanzialmente un canto corale nella effettiva rappresentazione di un’azione, in greco drama. Un’altra innovazione di Eschilo fu la ‘trilogia legata’. Ogni autore che voleva partecipare al concorso che si svolgeva all’inizio della primavera durante le feste di Dioniso, doveva presentare una tetralogia, ossia tre tragedie e un dramma satiresco, che era una rappresentazione di argomento più leggero, che doveva alleviare, per così dire, secondo la concezione greca della moderazione, il patimento e l’angoscia che gli spettatori provavano durante la visione delle tragedie. Un esame preliminare selezionava tre autori che, uno alla volta, rappresentavano le loro opere in un solo giorno, dal sorgere al tramonto del sole. Una giuria designava poi il vincitore. Eschilo per la prima volta presentò tre tragedie, ciascuna delle quali metteva in scena i successivi momenti di un’unica vicenda, che veniva così seguita in tutto il suo svolgimento e sviluppata nelle sue varie implicazioni. Curiosamente, per l’autorità di Eschilo, la trilogia legata sarà ritenuta la forma canonica e sarà erroneamente considerato un innovatore proprio il conservatore Sofocle, che prediligerà invece la trilogia sciolta. È chiaro l’intento di Eschilo sia di scandagliare la profondità della materia mitica, senza la quale non vi sarebbe stata la tragedia, sia di coinvolgere gli spettatori in una riflessione dialettica, articolata su più punti di vista. Eschilo non narra il mito, lo interpreta, trasfigurandolo, come se fosse un nostro contemporaneo, in funzione dei problemi che vuole affrontare. E poiché i suoi problemi sono ancora i nostri, egli è anche un classico. Oltre che della musica e della danza, la tragedia di Eschilo si avvale di una scenografia spettacolare: diremmo oggi che si tratta di una rappresentazione multimediale.

Con l’ Orestea, l’unica trilogia che ci rimane, Eschilo vinse, nel 458, il suo ultimo premio. L’argomento delle tre tragedie, Agamennone, Coefore, Eumenidi, è la saga del ghenos degli Atridi, cosparsa di orrendi delitti. L’origine religiosa della tragedia greca faceva si che per legge fosse vietato agli autori la rappresentazione palese di scene di sangue. Questa circostanza esalta l’abilità di Eschilo nel creare momenti di paura e di angoscia, quando il delitto viene occultato alla vista degli spettatori o ad esso si allude nei dialoghi o nei canti del coro. L’uccisione, per mano della moglie Clitennestra, di Agamennone, che aveva sacrificato la loro figlia, Ifigenia, per propiziarsi la felice navigazione verso Troia, il matricidio compiuto da Oreste, per vendicare l’assassinio del padre, sono gli ultimi anelli di una catena di crimini, le più recenti chiazze di sangue in una reggia, dove sono indelebili le tracce dei continui misfatti. Può questa catena essere spezzata? Per un’antica concezione, in parte accolta dallo stesso Eschilo, ciò non è possibile. Un delitto genera un altro delitto, come una causa genera il suo effetto; il sangue versato richiede altro sangue, secondo l’ordine imposto dalla legge della vendetta. All’origine c’è una colpa: essa genera nella discendenza quella inclinazione al male che causa altre colpe; insieme ai beni materiali, la furia, la follia, lo strazio del dolore sono un’eredità che si trasmette, col sangue del ghenos, dai genitori ai figli. Secondo una concezione parallela, il male degli uomini è dovuto all’invidia degli dei (phthonos tōn theōn). Quando un uomo vive una vita prospera e felice, allora essi, invidiosi che un mortale possa sfiorare la loro condizione di beatitudine, lo inducono a rendersi colpevole di hybris, tracotanza. Per chi si macchia di tale colpa, che consiste in qualunque atto mediante il quale l’uomo oltrepassa i propri limiti di essere per natura finito, che non deve mai pretendere per sé “nulla di troppo”, in piaceri, ricchezza, potere, la rovina segue immancabile e proviene dagli dei. Ma qui interviene Eschilo con la sua riflessione personale. La tradizione etica e religiosa è per lui in parte errata e deve essere corretta. La colpa è ereditaria, ma può essere espiata, spezzandone così la catena; il male proviene dagli dei, ma come punizione per le colpe commesse autonomamente dagli uomini e strumento di espiazione, non certo per loro invidia, perché la Divinità non è invidiosa degli uomini, è per sua essenza giusta e non può certo indurre al male. Zeus, “chiunque mai è, se così gli è amabile sentirsi chiamato”, (Agam., 160-161) impone agli uomini l’espiazione delle loro colpe mediante il dolore e li guida, attraverso l’esperienza della sofferenza, a raggiungere quella consapevolezza della propria finitezza, la misura del limite, in cui consiste la saggezza. “Zeus, che segnala ai mortali la strada dei savi pensieri…a questo impose vigore di legge: ‘sapere attraverso il soffrire’ (pathei mathos). Perfino nel sonno, sul cuore – goccia su goccia- cade la fitta, il rimorso che ha buona memoria. Così a chiunque tocca misurare i pensieri; anche a chi non vorrebbe. E’ questo il dono brutale- per dire- dei numi…” (Agam., 176-183) Eschilo è consapevole della propria novità, tanto da dichiarare esplicitamente: “Io mi stacco: isolato da tutti il mio pensare”. (Agam., 757-758 ) Se è opinione antica e comune che la felicità umana per la malevolenza degli dei tracolla in rovina, si tratta di un errore: “[ecco] la prova: alle case in cui vige giustizia tocca sempre- è destino- onorata progenie”. (Agam., 761-762) E la giustizia non è un privilegio di casta. “Giustizia fa luce anche nei casolari lordi di fumo. Fa spiccare un vivere probo… Si dirige alle case pure e non venera il lustro del ricco- falso conio di parole. Tutto scorta al traguardo”. (Agam., 772- 782)

Il tetro mondo arcaico, dominato da cieca necessità e divinità ostili, arretra in Eschilo di fronte all’avanzare di un nuovo mondo, nel quale il male e la rovina non hanno più il carattere ineluttabile di eventi naturali. Il destino, cui si è soggetti per nascita, fa luogo al principio della responsabilità personale, che implica la possibilità della libertà dell’uomo come individuo. Al determinismo etico ci si può sottrarre grazie ad una libera scelta fra il male e l’osservanza del culto della più alta forma del divino, Dike, la Giustizia, che è Dio stesso. Nel finale dell’ultima tragedia dell’ Orestea, le Eumenidi, si assiste alla trasposizione politica di tale discorso, che costituisce il culmine dell’azione drammatica dell’intera trilogia e forse l’aspetto maggiormente innovativo dell’opera di Eschilo, dove egli rivela più apertamente la sua adesione ai nuovi ideali politici. Oreste, che ha ucciso la madre, istigato da Apollo a vendicare il padre, è giunto ad Atene dove è supplice davanti al simulacro della dea protettrice della città, Atena, di cui invoca la protezione per sfuggire alla persecuzione delle Erinni, demoni che perseguono invece la vendetta della madre. Oreste è colpevole o innocente? Fra Apollo e le Erinni, al centro la sorte di Oreste, si accende un conflitto sul quale la stessa Atena dichiara la propria impotenza a giudicare: se valgono ancora gli istituti del vecchio mondo, tale conflitto è irrisolvibile. Allora Atena decide di concepire un ordine dove valgano nuove leggi. A tale scopo la dea istituisce, facendone dono prezioso alla città, il Tribunale dell’Areopago, che prende il nome dalla collina di Atene dove storicamente teneva le sue udienze, dal quale Oreste deve essere sottoposto a giudizio, da imputato in un processo, ossia un pubblico dibattito mediante il quale, vagliate le ragioni dell’accusa e quelle della difesa, una giuria imparziale stabilirà se egli è colpevole o innocente. Una procedura razionale di accertamento della colpa sostituisce l’irrazionalità della vendetta, che colpisce alla cieca. La giustizia privata dei ghenē, deve così cedere definitivamente il seggio alla giustizia pubblica dello Stato, portando a compimento una evoluzione storica, iniziata un secolo prima con le leggi di Dracone, cui Eschilo conferisce massimo prestigio e autorità attribuendole origine divina. La vendetta di sangue, che genera le faide e turba l’ordine della comunità, è abolita; le antiche norme consuetudinarie e rituali devono perdere il loro vigore. Il nuovo Stato, con le sue leggi, prende su di sé il compito di assicurare a tutti la giustizia, proteggendo gli innocenti e punendo i colpevoli. La catena delittuosa può essere spezzata grazie alla nuova autorità dello Stato, che ha liberato l’individuo dalla soggezione ad un potere privato e familistico. Da membro soggetto di associazioni private e chiuse, l’individuo divenuto libero cittadino di una istituzione pubblica e aperta, lo Stato. Strumento dello Stato e fonte della sua autorità sono le leggi, che sebbene devono ispirarsi alla divina Giustizia, sono opera umana, promulgate in seguito ad un pubblico dibattito, simile a quello processuale. E di fronte alla legge, tutti i cittadini sono eguali in conseguenza del nuovo principio dell’isonomia. Oreste viene assolto con il voto determinante di Atena, che presiede pro tempore il tribunale. La figlia di Zeus placa poi la rabbia delle Erinni, a cui Atena ha riconosciuto il diritto, negato da Apollo, di esporre le loro ragioni. Secondo l’altrettanto nuovo principio dell’isēgoria, fondamentale nel nuovo ordinamento politico, tutte le opinioni hanno eguale dignità chiunque sia colui che le esprime e hanno dunque il diritto di essere ascoltate e prese in considerazione: un’attenta valutazione stabilirà quali di esse siano le migliori. E le Erinni hanno buone ragioni, che Atena è disposta a riconoscere. Le Erinni così placate diventano Eumenidi, ossia divinità benefiche. Nel vecchio mondo, di cui vale la pena conservare il meglio, esse avevano il compito di infondere negli uomini il timore della colpa. Nel nuovo mondo, anche se fondato, in positivo, sulla legge e non, in negativo, sulla paura, Atena ritiene che la loro funzione sia ancora utile, come deterrente al delitto. Così Atena trova anche per esse un posto adeguato nel nuovo ordine etico e politico di cui garante è il padre Zeus, il Dio-Giustizia. Ma da ora in poi spetterà agli uomini approssimarsi a questa norma ideale, tendendo ad adeguare ad essa le loro leggi. Dal mondo della tragedia questo problema passerà con Platone all’universo della riflessione filosofica.

È solo il caso di ricordare che Eschilo è soprattutto un artista, uno dei più grandi. Egli sa far vibrare tutte le corde. Può far fremere di orrore il pubblico intonando il canto delle Erinni: “Avvolge carne immolata/ questa nenia frenetica/ demenza che svuota/ canto d’Erinni/ magico cerchio sul cuore, muto/ di cetra, di un uomo/ lascia la cenere”. (Eumenidi, 328-333) Ma sa anche con incomparabile leggiadria descrivere la bellezza di Elena: “…impressione di calma,/ di mare senza vento. Venne/ come un fregio discreto di ricchezza,/ lampo d’occhi illanguiditi/ primizia d’amore che addenta il cuore”.(Agam., 737- 743)

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