Continua la discussione tra Giuseppe Vecchio e Salvatore Aleo

Condivido quasi tutte le affermazioni e, soprattutto, le preoccupazioni di Salvatore Aleo sui rischi della ‘burocratizzazione’ delle soluzioni ai problemi della complessità. Mi colpisce, soprattutto, il suo riferimento (nelle nostre conversazioni private) alla difficoltà di esprimere in formalizzazioni ‘sensazioni’ e ‘valutazioni’ come quelle che si possono ben associare alle espressioni artistiche.

Mi preme, innanzitutto, richiamare un’emblematica affermazione di Picasso: «What do you think an artist is? An imbecile who only has eyes if he’s a painter, ears if he’s a musician, or a lyre in every chamber of his heart if he’s a poet – or even, if he’s a boxer, only some muscles? Quite the contrary, he is at the same time a political being constantly alert to the horrifying, passionate or pleasing events in the world, shaping himself completely in their image. How is it possible to be uninterested in other men and by virtue of what cold nonchalance can you detach yourself from the life that they supply so copiously? No, painting is not made to decorate apartments. It’s an offensive and defensive weapon against the enemy.»

Insomma, un’artista è qualcuno che semplifica (a suo modo) la complessità e ne dà una rappresentazione ‘parziale’, con la quale enfatizza le proprie sensazioni e si propone di esprimere il ‘tutto’. Anche chi rappresenta la (ben più) complessa realtà delle relazioni sottoposte alla ‘ragion pratica’, in qualche modo è un artista, che si esprime con gli strumenti della ‘sentenza’, della ‘legge’, della ‘burocrazia’. Considero un artista l’esperto di ‘rappresentazioni numeriche’ delle relazioni umane, per la capacità di trovare e formalizzare numericamente correlazioni significative fra eventi reali. Tutti questi artisti esprimono, con i loro strumenti, la ricchezza delle relazioni umane. Certamente, corrono il rischio ‘to decorate apartments’.

Ritengo, dunque, che sia necessario definire preventivamente il significato che dobbiamo attribuire ai termini della discussione e, segnatamente, a ‘burocrazia’, ‘burocratizzazione’ e simili, per evitare che siano solo formule esorcistiche contro i diavoli delle nostre difficoltà di adattamento. Ciascuno di questi termini, infatti, può riferirsi all’individuazione in astratto di ‘attori’ e ‘azioni’ del processo di rappresentazione della realtà con i loro ‘valori’ ed i loro ‘interessi’ (che confliggono e si contrappongono). Allo stesso tempo, essi possono riferirsi all’individuazione in concreto di capacità, abilità, adattabilità degli ‘attori’, nonché all’adeguatezza, sostenibilità, accettabilità delle ‘azioni’ immaginate per rendere ‘traducibile’ l’articolazione dei ‘valori’ e degli ‘interessi’ in processi formalizzati, riproducibili, capaci di rappresentare.

In primo luogo, è facile ricorrere alle formule di Luhmann (v. Complessità sociale, in Enciclopedia delle scienze sociali, Treccani) sulla difficoltà (meglio, sull’impossibilità) di costruire modelli capaci di comprendere tutti i fattori che concorrono a determinare la ‘realtà’. Da questo punto di vista si gioca una partita delicata e difficile sullo stesso terreno della democrazia e della legittimazione/legittimità delle scelte fondamentali (quelle che nell’esperienza della modernità sono definite mediante la ‘forma di legge’).

Dalla rivoluzione francese (l’affermazione rivoluzionaria non è certo casuale) le scelte dei ‘valori’ dominanti è stata delegata alla ‘legge’, anche se in due secoli il rapporto fra ‘autorità’ e ‘consenso’ che li definisce si è continuamente modificato. Le forme di partecipazione alle scelte si sono evolute dalla “democrazia parlamentare di ceto”, all’antistatualità del “partito unico di organizzazione delle masse”, all’integrazione delle masse nello Stato per il tramite del “pluralismo partitico”, ai tentativi di differenziazione delle istanze di valori in un “pluralismo istituzionale” della rappresentazione. Immaginare che la ‘legge’ sia rimasta sempre uguale a se stessa e che ci siano possibilità di ‘sintesi’ all’interno di un sistema unico (come forse immaginavano i Costituenti francesi e i loro epigoni) è sempre più difficile.

La fase della ‘semplificazione’ degli interessi/valori contrapposti nell’unificazione legislativa potrebbe essere alla sua conclusione, superata dall’emersione di nuovi e immani conflitti (la fragilità dell’ambiente vs. le esigenze di sfruttamento delle risorse per lo ‘sviluppo’; le esigenze di tutela della riservatezza vs. le esigenze informative che fondano la democrazia della trasparenza; globale vs. locale; ecc.).

Mi si perdoni l’ingenuità (e anche l’approssimazione), ma tutte le volte che mi trovo a discutere di ‘complessità’ e ‘rappresentazione’ degli interessi e dei valori all’interno di un procedimento mi sembra di assistere a ulteriori sviluppi della vicenda artistica, segnata, via via, dalla scoperta della prospettiva, dalla perdita del centro, dalla ricerca di nuove linearità, ecc. La crisi della rappresentazione della complessità si manifesta come formalizzazione dei linguaggi e affermazione dei valori dominanti e/o come ricerca di nuovi linguaggi per esprimere il ‘disagio’.

La tensione del barocco tra Caravaggio e i Carracci potrebbe spiegare molte cose, così come l’affermazione del neoclassico. L’una e l’altra vicenda ruotano attorno alla ricerca di nuovi valori, di nuovi ‘centri’, di nuove autorità morali e civili. Il barocco sta all’anomia della “perdita del centro”, come il neoclassico all’affermazione delle nuove autorità degli Stati liberali che (im)pongono le nuove centralità dell’individuo e della semplificazione mediante la legge (positiva e scritta). Al realismo caravaggesco degli uomini e delle azioni si sostituisce l’astrazione canoviana.

Nella tripartizione dei poteri la burocrazia è l’attore responsabile dell’esecuzione di poche e semplici leggi. La progressiva ‘concretizzazione’ del contenuto delle leggi è il risultato dei continui tentativi di mediazione sociale e politica conseguenti all’allargamento (non solo quantitativo) della partecipazione. L’ideale neoclassico si dissolve e la complessità torna ad irrompere. Si perdono le ‘armonie’ canoviane di Giuseppina Bonaparte e ritornano i piedi incalliti dei pellegrini di Caravaggio, la sua Madonna morente e la macchina delle “opere di misericordia” (non per caso napoletana). E ancora, la scomposizione della luce in van Gogh, il Picasso di Guernica e oltre.

Emerge così il secondo significato del termine ‘burocrazia’, quello che si riferisce al modo in cui uomini concreti esercitano funzioni che esigono funzioni applicative della legge per attuare le scelte ‘contraddittorie’ di un legislatore di compromesso. Se si pensa che l’ideale illuministico aveva concepito l’interpretazione come una funzione quasi sacerdotale affidata al ‘rito’ del processo giurisdizionale celebrato da iniziatici giudici e avvocati, ci si rende conto della difficoltà di affidare ruoli altrettanto ‘interpretativi’ a operatori (spesso) privi di formazione specifica. Da un lato ci sono ‘burocrati’ che si comportano in un certo modo perché convinti (a torto o a ragione) che la norma da applicare sia caratterizzata da uno specifico ‘senso’ e non da un altro. Dall’altro ci sono ‘burocrati’ che non ricercano il senso nella norma (specie se innovativa), ma si limitano ad applicare la ‘norma’ che scaturisce dalla tradizione (in senso stretto) che gli è stata trasmessa dallo stesso ‘corpo’ di appartenenza.

L’effetto più pericoloso è quello della convergenza della burocrazia ‘pigra’ con la ‘pigrizia’ dei destinatari finali della norma. Quando il carattere innovativo della legge non è sostenuto da una capacità di affermazione della sua vigenza si crea un cortocircuito di ‘senso’ e l’innovazione naufraga nella quiete dell’esperienza comune.

Per non fare troppi giri di parole e non dilungarmi, basta pensare alle difficoltà dei passaggi ‘comunicativi’ della storia (ma anche ai loro effetti in termini di egemonia): alla scrittura alfabetica, alla stampa e, oggi, all’informatica. Ciascuno strumento innovativo di comunicazione comporta rivolgimenti profondi nella condivisione sociale e, soprattutto, una certa resistenza da parte di coloro che dovrebbero beneficiarne, oltre che da parte di coloro che dovrebbero farne la prima applicazione (si pensi alla lotta contro l’analfabetismo). Dattiloscrivere è stato un compito delegato per un secolo ad una specifica categoria di subordinati. Conosco uomini di grande ingegno che non riescono ad usare una tastiera perché il loro pensiero corre libero solo in punta di penna. Figurarsi il trauma della scrittura che non si materializza sulla carta e, ancora peggio, con procedimenti che sfuggono ai passaggi manuali! Quale dramma per alcuni professori universitari non poter percepire lo stipendio in frusciante (sarebbe stato meglio in sonante) moneta. E così giù a stampare e ristampare i passaggi dei procedimenti, a fare copie cartacee (feticistiche e inutili) delle varie fasi, nostalgicamente pensando che sarebbe meglio incidere sull’incorruttibile marmo. E ancor più incredibilmente, sentire giovani che vivono nel mondo della comunicazione elettronica e virtuale (nel quale si fa pure sesso virtuale) che chiedono la firma del professore sull’inutile ‘libretto’.

In tutto questo, ovviamente, non si può dimenticare che l’errore di progettazione dei sistemi elettronici, l’incompletezza delle basi di dati, la segmentazioni delle reti informative, la babele dei linguaggi elettronici non stabilizzati hanno effetti ben più devastanti del ‘lapsus calami’ dell’amanuense o dell’errore di stampa del tipografo.

Immagino che potremo continuare ancora questa riflessione (fatta salva la tolleranza degli amici di Siciliajournal).

A Salvatore, che mi ha gratificato del bellissimo e stimolante ritratto che da ora in poi mi identificherà su questo ‘blog’, e a tanti amici che lasciano trasparire dai loro interventi l’angoscia di confrontarsi con le nuove tecnologie propongo anche una riflessione su ‘computer graphics’ e dintorni, sulla capacità di esprimere sentimenti e valori con strumenti informatici, sulla poesia al tempo del computer, a partire dalle suggestioni di Manacorda:

A questo punto è poco importante che ‘dentro’ il computer seguiti a funzionare in termini logici, perché lo fa con una tale ‘surreale’ velocità che io lo percepisco solo come a-logico, che io lo posso percepire come a-logico o, ancora, che mi è consentito percepirlo come a-logico. Il soft realizza una forma particolare di processo mentale: ha le caratteristiche del pensiero poetico, ma non è creativo. Il soft non ha la capacità di produrre senso e lavora su un numero limitato di insiemi univoci. Anche la poesia lavora con un numero limitato di insiemi, ma polisemico.

Esclusa la capacità di produrre senso, fatta salva la creatività, ormai tutto l’universo multimediale tende a funzionare secondo il pensiero poetico.

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto privato all'università di Catania

Giuseppe Vecchio (Giarre, 1952), è ordinario di Diritto privato, è stato Preside, Direttore di Dipartimento, responsabile del Centro Orientamento e Formazione dell' Università di Catania, Consigliere al Consiglio di Giustizia Amministrativa per la R S, Consigliere nazionale Cri. È Cavaliere di Gran Croce dell' Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Attualmente dedica la propria attività di ricerca ai 'diritti sociali'.

Post correlati

Scrivi