Nel suo post dell’8 maggio sul NYT Paul Krugman commenta un’indagine sui 25 gestori di hedge fund più pagati in America, che nel corso del 2013 hanno guadagnato complessivamente 21 miliardi di dollari. Una cifra che è più del doppio del monte salari ricevuto nello stesso anno da tutti gli insegnanti d’asilo negli Stati Uniti. Che la disuguaglianza sociale sia in crescita, a partire dai “fantastici ottanta” di reaganiana e tatcheriana memoria è indiscutibile. Lo segnala da tempo l’OCSE e lo conferma anche il recente bestseller di Piketty sul capitale nel XXI secolo. Perché allora, ci si potrebbe chiedere, le tematiche ugualitarie sono così poco di moda ai nostri giorni? Come mai non sorgono movimenti ad avanzare queste rivendicazioni? Perché in definitiva anche i partiti di sinistra si sono sostanzialmente adeguati alla retorica dominante del mercato, del rigore economico, dell’importanza dei manager nella creazione di posti di lavoro e di ricchezza?

La risposta sta nella natura nuova della disuguaglianza a partire dagli anni ottanta. Detto in termini molto semplici, la scala delle differenze di reddito si è molto allungata. Piketty dimostra che proprio in questi anni, a livello mondiale globale, la ricchezza prodotta dai guadagni sui capitali finanziari ha superato quella prodotta dal lavoro e dalla manifattura, e tenderà a salire fino al 2050 se le cose resteranno così. Ciò significa che si diventa più ricchi solo se si è ricchi in partenza, alla faccia di tutte le teorie meritocratiche, e dell’ideologia secondo le quali i compensi per il proprio lavoro sono tanto più alti quanto più si è investito in istruzione da parte degli individui.

Se i gradini nella scala delle disuguaglianze crescono, cosicché l’1% o addirittura lo 0,1% dei ricchi godono di redditi uguali al 10, 20 o 30 per cento dell’ammontare totale, le distanze sociali non vengono più percepite come colmabili, perché la pauperizzazione non è stata mai un movente della spinta ugualitaria. La nascita di movimenti e partiti che propugnano maggiore uguaglianza è possibile soltanto quando le differenze sociali non sono così smisuratamente elevate, quando cioè le persone ritengono che sia possibile raggiungere come meta le condizioni di un gruppo con il quale riescono a confrontarsi e rispetto al quale si sentono relativamente deprivati. Cosicché, se il problema è costituito da un eccesso di troppi ricchi, la competizione per l’uguaglianza si restringe ai gradini inferiori della scala sociale e il problema rimane irrisolto. Krugman e Piketty insinuano l’idea che questa situazione è simile a quella degli inizi del XX secolo, che si risolse solo con la Grande Depressione del ’29 e con la tragedia delle due guerre mondiali che aprirono la strada al trentennio keynesiano. Se avessero ragione i politici che guidano le nazioni ricche del pianeta dovrebbero seriamente riflettere sulla necessità di una decisa inversione di rotta delle politiche economiche e fiscali fin qui perseguite.

A proposito dell'autore

Raimondo Catanzaro ha insegnato Sociologia e Sociologia economica nelle Università di Catania, Trento, Bologna. E' stato Honorary Lecturer nella Sheffield University (G.B.), segretario generale dell'Associazione italiana di Sociologia, consulente della Commissione parlamentare d’indagine sul terrorismo e la violenza politica, direttore dei Dipartimenti di Politica sociale e di Sociologia e ricerca sociale dell'Università di Trento, e presidente della Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo di Bologna. Ha condotto studi e ricerche su disuguaglianza sociale, imprenditorialità nel Mezzogiorno, criminalità organizzata, terrorismo e violenza politica, capitale sociale, lavoro domestico dei migranti in Italia, amministrazioni e sistemi di governo locali. Molti suoi lavori sono stati pubblicati negli Stati Uniti, in Inghilterra, Germania, Francia e Spagna.

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