In un suo recente articolo, Raimondo Catanzaro ha illustrato la sequela di fallimenti che si sono avuti in tutti i tentativi sinora fatti per riformare la costituzione, a cominciare dalla Commissione Bozzi istituita nel 1983 e finire a quella D’Alema del ’97. Insomma, come ben espone il titolo, “trent’anni di inettitudine”.

Ma si tratta proprio di “inettitudine”, cioè di una sorta di incapacità e debolezza di motivazioni e intenzione; o di assenza della necessaria tempra fisica e morale? Questa impossibilità è dovuta alla cattiva volontà, alle segrete ed occulte motivazioni che ogni volta hanno dettato le azioni dei nostri leader politici? Tutti converrebbero facilmente nel rispondere che non si è affatto trattato di questo, ma – è banalmente vero – della impossibilità di pervenire ad un testo che fosse comunemente condiviso, senza scontentare nessuno e coinvolgendo quanto più formazioni politiche possibili. E ciò per il semplice fatto che ciascun partito è disposto ad accettare solo quella riforma dalla quale pensa di poter ricavare qualche guadagno, di rappresentanza e quindi di potere; o per lo meno, tale da non rimetterci le penne. E tale condizione è difficile da raggiungere dato che la riforma è concepita per semplificare la dialettica politica, per rafforzare l’esecutivo e quindi giocoforza per consolidare i partiti maggiori a discapito dei piccoli, impedendo quello che si è definito il “ricatto della minoranza”. In queste condizioni una riforma risulterebbe fattibile solo a condizione di un errore di valutazione da parte di qualche leader o partito, che non si avvede delle conseguenze negative che ne possono derivare per lui o che pensa di essere talmente forte da poterle evitare.

Ora il tentativo di Renzi – al di là di cosa si pensi sul trattare con un “pregiudicato” – ha pensato bene di poter sciogliere il bandolo della matassa mettendosi d’accordo col leader del secondo partito attualmente rappresentato parlamento, al prezzo di mettere da parte il M5S. Il calcolo è semplice e al tempo stesso furbo: Berlusconi è assai fragile, ha bisogno di un accordo politico, di una legittimazione e magari di qualche favore sottobanco o non dichiarato (giustizia, situazione personale, TV, o qualche “lodo Boschi” e così via), sicché è disposto ad accettare una riforma che in sostanza lo metterebbe definitivamente fuori gioco e assicurerebbe al contempo a Renzi un parlamento totalmente controllato. Non sono invece d’accordo i  seguaci dell’ex cavaliere, che da questo accordo hanno poco da guadagnare a livello personale, sicché si capisce il loro mal di pancia che rischia di fare fallire questo ulteriore tentativo.

Ma al di là del suo fallimento o meno, una riforma della costituzione fatta da un parlamento che ha al tempo stesso il compito legislativo ordinario, è rassicurante? Un governo soggetto a tutti i ricatti possibili e che può servirsi della riforma per scopi impropri, per scambi ed accordi che poco hanno a cuore la formulazione del testo migliore e che inoltre si risolva in un vantaggio delle attuali forze di governo, è quello più adatto per proporre una riforma della costituzione?

E qui giungiamo un problema di fondo: la riforma della costituzione non può essere il compito di un parlamento normale, con compiti legislativi, ed eletto in modo maggioritario e non rappresentativo (per di più “incostituzionale”); essa può esser fatta solo da una apposita Assemblea Costituente, che operi indipendentemente e parallelamente al parlamento ordinario, composta da rappresentanti di tutte le forze e sensibilità politiche, eletti con sistema strettamente proporzionale e con la condizione imprescindibile che i suoi membri non siano poi candidabili al parlamento che scaturirà dalla riforma. In tal modo tale corpo costituente si potrà sottrarre ai contraccolpi e ai patteggiamenti della normale vita parlamentare e delle forze che la animano e potrà essere composto da personalità di alto profilo che, non potendo avere mire di potere (sono ineleggibili), potranno elaborare una costituzione che sia quanto più condivisa possibile da tutte le sensibilità politiche e ideologiche che animano il dibattito pubblico.

Compito dell’attuale parlamento sarebbe allora solo quello di predisporre le necessarie modifiche costituzionali per rendere possibile una nuova Assemblea Costituente. Null’altro. Ma è appunto questa indipendenza e relativa incontrollabilità di una simile Assemblea a renderla sommamente indigesta ai partiti e pertanto irrealizzabile. E così dovremo accontentarci di una cattiva riforma, frutto di tutti i condizionamenti – visibili e invisibili – che si legano all’attività di governo e all’esercizio normale del potere politico.

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