L’intervento dell’amico Xibilia mi ha indotto ad alcune riflessioni sul tema della presunta oggettività delle perizie giudiziarie.

L’ambito degli incarichi peritali è particolarmente interessante quando si incontrano le esigenze e le richieste provenienti dal versante legale/giudiziario da una parte e la modalità di metodo e di approccio tipica delle professioni che insistono sulla dimensione psichica del comportamento umano (e dunque psichiatri e psicologi). Abbiamo già detto, in altre occasioni, come i professionisti della mente, estratti dal contesto del setting e chiamati a confrontarsi con tematiche e problemi di altre dimensioni – etica, società, diritto – spesso annaspino, proponendosi frequentemente in una versione appena più dotta del buon senso comune, che in parecchi casi è tutt’altro che buono (nel senso di attendibile, approfondito, interessante, originale…..). Come a dire che la figura barbina è lì, dietro l’angolo. O – addirittura – che il presunto sapere che si porta nel dibattito è fatalmente una bieca riproposizione del più vieto sentire e pensare omogeneizzato dall’ideologia dominante (e dunque, nel nostro paese, borghese e cattolica).

Il rischio, elevatissimo, è non solo quello di toppare in modo fragoroso, eventualità sempre presente nell’attività peritale, quanto quello di far agire nell’istruzione del caso e poi nella relazione peritale vera e propria pre-concetti che – paradossalmente – sono anche quelli del magistrato richiedente.

Si provi ad immaginare l’enorme complessità di una vicenda legale quale può essere una separazione fra coniugi e la annessa disputa sull’affidamento dei minori. Dal Tribunale parte una richiesta di perizia, affidata ad un professionista, che coinvolgerà ovviamente tutti gli attori in scena. Il perito del Tribunale (o CTU) dovrebbe avere il compito di valutare nella maniera più oggettiva e imparziale le complesse dinamiche relazionali che hanno generato la crisi del nucleo familiare. Succede sovente che tali analisi – pur nell’impianto metodologico apparentemente “obiettivo” – si declinino nella forma di una ricerca spasmodica delle colpe (o della loro versione addolcita ma forse anche più ipocrita: le responsabilità…..).

Ancora più surreale è quello che capita ad alcuni periti di parte (o CTP) quando pretendono di muoversi all’interno di uno spazio di assoluta autonomia di giudizio, nella certezza assiomatica di poter usare strumenti tali da garantire la loro “oggettività”. Non solo venendo meno al “contratto” col cliente, ma finendo il più delle volte per fare il gioco della controparte. Perdendo, cioè, completamente di vista il fatto che il loro incarico non è quello di sfornare verità assolute, valide per tutti e in qualunque contesto, ma solo di dare voce, dentro un contenitore concettualmente definito e scientificamente connotato, alle “verità” del committente. Che giacciono là, insieme alle altre, spesso non ascoltate, quando non censurate.

Con queste questioni – in verità piuttosto ovvie – sembrano avere più dimestichezza gli avvocati, che abitano residenzialmente l’universo ambiguo delle verità processuali, che sanno storicamente che nel diritto civile e in specie in quello familiare non c’è una verità assoluta e ultima. E che il proprio lavoro consiste nel sintonizzarsi sulle “ragioni” e sulle “verità” della parte che rappresentano, fornendo loro un linguaggio compiuto attraverso cui affermarsi. I professionisti della mente sono spesso alquanto angosciati dall’urgenza di dimostrare un quid fondamentale, e perdono l’occasione di fare un onesto, umile, relativo lavoro peritale. CTU o CTP che siano.

Come non trovare condivisibile la perplessità finale dell’amico Xibilia sulla sinergica azione delle due mega-ipotesi 1 &2!

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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