Premessa: la legge italiana vuole che la persona che deve essere sottoposta a processo perché imputata di reato sia in condizioni mentali tali da essere consapevole almeno degli aspetti essenziali del processo.

Nei giorni passati, il quotidiano “La Sicilia” ha riportato con notevole evidenza la notizia che ben tre periti di Uffici giudiziari diversi hanno riconosciuto un certo detenuto affetto da una grave malattia mentale (schizofrenia), che lo rende incapace di partecipare consapevolmente al proprio processo, mentre il perito di un altro Ufficio giudiziario non ha riscontrato quella malattia e lo ha ritenuto capace di consapevole partecipazione al processo. Si tratta del sig. Antonino Santapaola, fratello del ben noto “Nitto”, e perciò si capisce che la cosa fa scalpore.

La notizia, però, è assolutamente riduttiva rispetto alla realtà, perché le perizie su questa persona – sempre con risultati antitetici – non sono quattro, ma molte di più, probabilmente una ventina, in un arco di tempo superiore ai dieci anni. Io stesso, insieme ad una psichiatra, ne ho fatta una nel 2006, e già allora nel fascicolo giudiziario di perizie ve ne erano molte. Un’altra l’ho fatta nel 2013 e nel frattempo il fascicolo si era arricchito di molte altre perizie; altre ancora, evidentemente, sono state fatte dopo.

Una moltitudine di esperti, dunque, (in questo caso, psichiatri e psicologi clinici), nel corso di molti anni, ha detto chi A e chi il contrario di A della medesima persona e, si badi, non si tratta di esperti di parti opposte (accusa e difesa), ma di esperti nominati da giudici, ognuno dei quali era vincolato da un giuramento che impone di mettere il proprio sapere al servizio della verità.

Come si può spiegare un paradosso del genere?

Usciamo innanzi tutto dal caso Santapaola, sia perché non sarebbe corretto intromettersi nella vicenda giudiziaria di una persona, sia perché si tratta di un fenomeno di portata piuttosto ampia (proprio per questo vale la pena di parlarne), e proviamo a formulare e ad esaminare tutte le ipotesi possibili.

Ipotesi n.1: le patologie da diagnosticare sono rare, ovvero di difficile, sfuggevole, ambigua diagnosi. – No, le malattie mentali così gravi da rendere una persona incapace di rendersi conto del momento processuale sono scientificamente ben note, ed hanno segni e sintomi specifici, poco equivocabili.

Ipotesi n.2: gli esperti nominati dai giudici sono persone di scarsa competenza ed esperienza. – E’ una ipotesi da escludere perché, essendo la perizia una prova, i giudici sono tenuti a dare incarichi peritali ad esperti che notoriamente eccellono in competenza professionale, esperienza e rigore operativo.

Ipotesi n.3: si tratta di patologie suscettibili di spontanee variazioni nel tempo. – Nella maggior parte dei casi si tratta di patologie croniche; attenuazioni della sintomatologia e remissioni sono possibili, ma comunque in tempi molto lunghi.

– Ipotesi n.4: si tratta di patologie suscettibili di variazioni in base alle terapie praticate. – In qualche misura sì, ma nelle carceri uno scrupoloso Diario Clinico contiene nota delle terapie praticate e l’esperto, quindi, può sempre correlare ad esse gli esiti dei propri esami.

Ipotesi n.5: il soggetto da esaminare ha la possibilità di simulare o di dissimulare una di queste patologie. – Se le condizioni psichiche glielo consentono, il soggetto da esaminare può fare tentativi del genere, ma fa parte delle competenze dell’esperto riconoscerli.

Ipotesi n.6: l’esperto lavora in condizioni di tempo, strumenti, attrezzature inidonei al compito. – Il giudice assegna all’esperto tutto il tempo che questi ritiene necessario al buon espletamento dell’incarico. Luogo e condizioni di esame (carcere) pongono alcuni limiti, ma gli esperti possono chiedere al giudice condizioni e mezzi più favorevoli all’esame, e, in ogni caso, i limiti sono gli stessi per tutti gli esperti.

Ipotesi n.7: alcuni degli esperti si lasciano influenzare da soggetti interessati ad ottenere un particolare esito. – E’ una ipotesi da escludere perché i giudici nominano come periti persone note nell’ambiente per i servizi che frequentemente rendono all’attività giudiziaria e, quindi, di comprovate lucidità e correttezza.

Ipotesi n.8: ogni nuovo esperto non prende in considerazione ciò che è stato fatto prima da altri, e non spiega perché il suo giudizio, eventualmente, sia diverso. – Non dovrebbe accadere, perché fa parte della dovuta diligenza dare conto delle ragioni scientifiche di dissenso da altri giudizi.

Non mi vengono in mente altre ipotesi. E allora? E allora non rimane che formulare tre “super-ipotesi”:

“Super-ipotesi” n.1: qualcuna delle ipotesi di cui sopra, contrariamente a come dovrebbe essere, è vera (per esempio, è possibile che qualche esperto non sia poi tanto esperto, o tanto diligente, ecc.).
“Super-ipotesi” n.2: psichiatria e psicologia clinica non sono “scienze esatte”, cioè contengono un tasso di soggettività tale da consentire risultati diversi a parità di condizioni e metodi di esame.
“Super-ipotesi” n.3: le due “super-ipotesi” di cui sopra si verificano entrambe, in un sinergismo che può avere esiti paradossali.

Un bel pasticcio. Un pasticcio che costa denaro alla collettività (anche se poco rispetto all’impegno che richiedono: le perizie vengono retribuite a spese dello Stato) e che, soprattutto, dilata i tempi della Giustizia e le toglie certezza. Un pasticcio cui la Giustizia sembra essersi passivamente adeguata, in una routine che finisce con il non avere più senso – e questo, forse, è l’aspetto peggiore della questione.

Non sarebbe il caso che venisse dato incarico ad un gruppo di esperti (sia gli psichiatri che gli psicologi hanno Società scientifiche che potrebbero essere consultate) di affrontare il problema insieme a dei giuristi e dei magistrati, e proporre delle soluzioni, delle norme da introdurre nell’ordinamento, cui fare ricorso al verificarsi di queste situazioni di stallo?

Magari non sarà semplice, ma se non ci si prova….

A proposito dell'autore

Laureato in Giurisprudenza e specializzato in psicologia, ha lavorato sin dalla sua costituzione nel Centro di igiene mentale di Catania, successivamente Dipartimento di Salute Mentale della Azienda sanitaria. E’ stato consulente del Ministero di Grazia e Giustizia per le carceri minorili e, per un decennio, giudice onorario nel Tribunale per i minorenni di Catania. E’ professore a contratto di Diagnostica giuridico-forense nel Corso di laurea specialistica in Psicologia, Università di Catania. E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche e, in collaborazione con il prof. Santo Di Nuovo, dei volumi “L’esame psicologico in campo giudiziario (2007) ” e “Il diritto e la mente (2012)”.

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