di Katya Maugeri

Uomo curioso, figura solitaria, affascinante, un’anima poetica, sincera, cruda che non volle mai accontentarsi.
Nemico del perbenismo e testimone del degrado culturale della società. Pier Paolo Pasolini, un intellettuale scomodo, che insieme al suo amico Alberto Moravia e a Cesare Pavese, fu l’ultimo intellettuale italiano degno di questo nome in un Paese ormai culturalmente emarginato e provinciale come quello in cui viviamo, orfano di una figura – come quella dell’intellettuale – ma ricca di sapientoni incapaci di esprimere il loro pensiero senza riserva, senza timore.
Sulla morte di Pasolini, avvenuta quaranta anni fa, molti, troppi i quesiti irrisolti, le dinamiche confuse, troppe ombre su un avvenimento così brutale che lascia spazio a tanta amarezza, nonostante il tempo trascorso. Di questi quesiti irrisolti si occupa brillantemente il testo di Stefano Maccioni, Valter Rizzo, Simona Ruffini, “Nessuna pietà per Pasolini” edito da Editori Internazionali Riuniti, nel quale vengono esaminate ricerche certosine da un avvocato, da un giornalista e da una criminologa.

Valter Rizzo, giornalista e scrittore siciliano, ha risposto ad alcune delle nostre domande.

 

autoritratto1a– La notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini venne barbaramente ucciso. Il 1975 rientra in quel contesto storico definito “Anni di piombo” caratterizzati da stragi ed omicidi senza apparentemente una strategia comune dove non sempre la verità processuale corrisponde con quella reale?

«In questo caso, come in altri di quella che con felice espressione Sergio Zavoli ha definito “Notte della Repubblica”, difficilmente arriveremo ad una verità processuale. Un fatto è certo. La verità processuale scritta nelle sentenze sul delitto è un falso. Almeno su questo non ci sono dubbi. Ad uccidere Pasolini furono più persone e sui reperti che grazie all’azione dell’avvocato Stefano Maccioni, sono stai finalmente esaminati dal RIS, sono stati trovati cinque DNA diversi che non appartengono a Pasolini o a Pelosi. Quella sera c’erano altri e il massacro fu l’esito di un vero e  proprio agguato. Almeno su questo vi è una certezza. La domanda fondamentale però rimane senza risposta, il terreno del movente e dei mandanti del delitto rimane inesplorato. L’indagine della Procura di Roma, nonostante numerosissimi spunti investigativi che abbiamo fornito anche con il nostro libro e con l’inchiesta che ho realizzato per “Chi l’ha Visto?” su Rai 3, i cui materiali sono stati interamente acquisiti dal PM Francesco Minisci, non sono stati esplorati. Adesso arriva la clamorosa ammissione di Graziella Chiercossi che finalmente, dopo quarant’anni di inspiegabile silenzio, racconta che la notte del delitto,  prima dell’arresto di Pelosi sul lungo di Ostia, due poliziotti si recarono a casa cercando Pasolini perché la sua auto era stata ritrovata sulla Tiburtina, al capo opposto di Roma rispetto alla scena del crimine. Chi ha portato l’auto sulla Tiburtina? E sopratutto il racconto della Chiercossi dimostra che l’arresto “casuale” di Pelosi sul lungomare di Ostia fu una sceneggiata e che i carabinieri hanno mentito. I due militari sono ancora vivi e a loro hanno chiesto conto delle bugie che hanno raccontato. A Graziella Chiercossi va chiesto il perché di un silenzio durato quarant’anni. Perché tacere un fatto così importante? Qualcuno l’ha minacciata? E’ per tutto questo che è stata promossa una petizione della quale sono insieme all’avvocato Maccioni tra i primi firmatari, per sostenere il disegno di legge che chiede l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sull’assassinio di Pier Paolo Pasolini. Crediamo che l’Italia abbia il diritto di sapere la verità dopo quarant’anni di bugie».

– In questo contesto storico di stragi e omicidi illustri rientra il caso della morte di Pier Paolo Pasolini, anche in questo caso: quanto è distante la verità processuale da quella reale?

«La vicenda delle indagini sul delitto nasce male, anzi nasce malissimo. La scena del crimine viene immediatamente inquinata. Numerosi testimoni, che racconteranno della presenza di più persone, non saranno mai sentite dagli investigatori, ma solo dai giornalisti. C’è una gran fretta a chiudere il caso. Pelosi confessa inspiegabilmente nel carcere minorile di Casal del Marmo senza essere accusato dell’omicidio. Persino il suo primo interrogatorio è surreale. Pelosi si limita a rispondere di si alle domande , che in realtà sono una ricostruzione degli eventi, che vengono poste dal capo della Mobile Ferdinando Masone. Vi sono fatti inspiegabili. Pelosi ricostruisce la cena fatta al ristorante il Biondo Tevere, ma sbaglia su tutto. Non sa dove erano seduti, sbaglia quello che ha mangiato, dice che ci sono i camerieri che ossequiano Pasolini, mentre i camerieri erano andati via da un ora. Non vede la moglie del gestore che invece era presente e si era avvicinata al tavolo. Ma c’è di più, il proprietario del ristorante è un amico di Pasolini ed è una persona perbene e affidabile. Diciassette ore dopo l’omicidio viene ascoltato dalla Mobile e fa un identikit del ragazzo che accompagnava Pasolini. Descrive un ragazzo di corporatura normale, alto più di un metro e settanta, con i capelli biondi lungi fino alla base del collo  pettinati all’indietro. Esattamente l’opposto di Pelosi. Poi però in calce al verbale viene scritto che riconosce la foto di Pelosi che gli viene mostrata. Peccato che quando il ristoratore viene interrogato nessuno aveva mai fotografato Pino Pelosi. Ebbene quel verbale non è mai stato preso in considerazione e nell’ultima indagine viene liquidato grazie alla “testimonianza spontanea” di un uomo che avrebbe visto Pasolini insieme a Pelosi, dopo la cena al ristorante, mentre facevano benzina. Nessuno ha fatto caso ad un piccolo particolare. Il “testimone spontaneo” è un personaggio legato alla Banda della Magliana».

libro Rizzo_Pasolini– Un appartamento in affitto, La trattoria del Cavaliere, l’interesse sociologico – e non solo – nei confronti dei giovani siciliani, di una Catania nera, fascista. Presunte verità che collimano con la dichiarazione pubblica di Pino Pelosi, riconosciuto con sentenza definitiva  unico colpevole dell’omicidio. Che rapporto si era istaurato, realmente, tra Pasolini e la città di Catania?  Era uno sfogatoio o un’oasi?  Nella sua indagine giornalistica,“Nessuna pietà per Pasolini”, fa riferimento alla “pista catanese”. Se questa pista fosse stata approfondita durante l’indagine giudiziaria, pensa che avrebbe portato a un altro epilogo?

«Il rapporto di Pasolini con Catania è un rapporto stretto che, come tante altre cose, questa città senza memoria ha rapidamente gettato nell’oblio. A Catania Pasolini veniva spesso, era stato in giuria al Premio Brancati, aveva girato in provincia, in particolare sull’Etna, alcune scene dei suoi film come Porcile o il Vangelo secondo Matteo. Era stato addirittura processato per la morte di alcune pecore in seguito ad una surreale denuncia presentata da un pecoraio di Nicolosi, un tale Longo e presa zelantemente sul serio da un pedante giudice catanese. Aveva un legame stretto con alcuni intellettuali come Carlo Muscetta, prima di una clamorosa rottura tra i due. Catania lo incuriosiva e lo inquietava. Ne traccerà, poco prima di morire, in un articolo pubblicato su Playboy,  un drammatico e sofferto ritratto, che come sovente gli capitava, aveva una profetica lucidità e la paragonerà ad una Gomorra feroce, dove l’allegria, il disincanto, la straordinaria vitalità della città che conosceva lui  viene sostituita da una nuova forza violenta e inarrestabile, che aveva preso il dominio della città. Un ritratto nel quale non è difficile scorgere la Catania che conosceremo negli anni ottanta e nei primi ani 90 del secolo scorso.  Catania, la sera,  Pasolini frequentava giovani sottoproletari che incontrava nel quartiere di San Berillo. Erano i giovani che militavano nelle fila del neofascismo catanese. Siamo agli inizia degli anni 70, nella Catania del voto nero, ritratta in modo scarno ed efficace dal Rapporto sulla violenza Fascista redatto dalla Federazione del PCI. Giovani guidati dai rampolli della borghesia, ma che arrivavano dalle periferie disperate. Erano giovanotti che alternavano lo squadrismo a segrete  serate come ragazzi di vita.

Niente a che vedere con un altro fascismo, quello degli Ordinovisti, che proprio in quegli anni tessevano a Catania le trame del terrorismo nero. Una mondo strano che evidentemente lo interessava e dal quale – questa è solo un’ipotesi – potrebbero essere partiti anche alcuni degli esecutori dell’omicidio. pasolini_Un testimone assolutamente attendibile ci ha riferito che alcuni di quei giovani sovente prendevano il treno per Roma. Cosa andassero a fare nella capitale non lo sappiamo. Sappiamo che ci andavano e sappiamo che a volte, per compiere azioni eclatanti, lo squadrismo romano usava volti sconosciuti, difficili da identificare. Sta di fatto che sicuramente il commando che massacrò Pasolini non sapeva come arrivare all’Idroscalo, tanto da avere bisogno di una staffetta (la moto dei fratelli Borsellino) a fargli da battistrada. Sappiamo che chi ha massacrato Pasolini aveva uno spiccato accento siciliano. Sono una serie di fatti che sappiamo e che meriterebbero un approfondimento che purtroppo anche nell’ultima inchiesta non c’è stato».

– Possiamo definire Pelosi un colpevole di comodo?

«Pino Pelosi è un complice degli assassini di Pasolini. Il suo essere complice sta nell’avere mischiato per anni verità, mezze verità e bugie. Accusa solo persone morte, come i fratelli Borsellino, ma tace sui vivi. Racconta, facendole sue, cose che altri hanno scoperto. Ormai la credibilità di Pelosi è pari a  zero. Durante la presentazione del mio libro a Roma, Pelosi fece una clamorosa comparsa, insieme a Valter Veltroni ne abbiamo approfittato per chiedergli il perché dei suoi silenzi e delle sue bugie. Paura? Interesse? Gli venne chiesto se era stato minacciato e se chi lo minacciava fosse ancora vivo, la sua risposta su ancora una volta ambigua disse “Ni”, puoi ammise che qualcuno dei suoi chiamiamoli così “registi” era ancora vivo.  Per capire cosa sia accaduto quella notte all’Idroscalo credo che la figura di è Pelosi sia centrale, non per il soggetto in se, ma per tutta la gestione della sua figura. I primi avvocati di Pelosi, giustamente puntavano a  dimostrare la sua innocenza, l’impossibilità che un ragazzino gracile potesse aver compiuto da solo un massacro come quello e avesse sopraffatto un uomo atletico e allenato come Pasolini. Repentinamente però Pelosi licenzia gli avvocati e sceglie un avvocato notissimo. E’ l’avvocato Rocco Mangia, un principe del foro romano. Un avvocato legato a filo doppio con gli ambienti dell’estremismo nero, tanto da essere stato il titolare della difesa dei massacratori del Circeo.  Rocco Mangia viene indicato alla famiglia di Pelosi dal giornalista del Tempo, Salomone che garantisce che gli onorari saranno pagati da chi di dovere. 8061474-kYyC-U10601862525345YgG-700x394@LaStampa.itSalomone è iscritto alla Loggia P2 di Licio Gelli. Mangia a sua volta nomina dei consulenti: lo psicologo forense Franco Ferraguti, anche lui pidduista, che farà poi parte del comitato ristretto (quello composto esclusivamente da uomini P2) al Ministero dell’Interno durante il rapimento di Aldo Moro. Altro consulente di Mangia nel caso Pasolini è Aldo Semerari, un personaggio legato ad Ordine Nuovo, all’estremismo nero e alla massoneria, ma legato soprattutto ad ambienti della criminalità organizzata come la banda della Magliana e la Camorra. Sarà proprio la Camorra ad ucciderlo anni dopo per punirlo di uno sgarro. La domanda che dobbiamo farci è semplice: perché una simile compagnia si mobilita per difendere un borgataro di diciassette anni, un piccolo rapinatore  assolutamente sconosciuto. In realtà questa collegio di difesa svolge un compito preciso: gestire Pelosi e garantire che mantenga il punto, accusandosi per tutte le fasi processuali del delitto come unico e solo esecutore dell’omicidio. In quegli anni cominciavano i delitti eccellenti del terrorismo. Pasolini era un uomo inerme, armato solo delle sue idee delle sue parole, non aveva scorte e protezioni. Era facile ucciderlo con una pistolettata sotto casa. Ma venne scelta una strada diversa per eliminarlo. Venne costruita una vera e propria sceneggiatura che appare quasi tratta da uno dei suoi film o dalle pagine di un suo libro. Pasolini doveva essere ucciso due volte. La prima fisicamente, la seconda nella sua credibilità, distrutto come figura. Doveva chiudersi tutto in una storia di froci. Un vizioso intellettuale che tenta di violentare un ragazzino, che a sua volta si difende e lo ammazza. Caso chiuso».

K.M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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