Katya Maugeri

Il suo talento visionario, l’eleganza nel pensiero, la capacità di vedere la poesia ovunque, la necessità di scoprire e approfondire il sacro laddove regnava la realtà, è così che Pier Paolo Pasolini a quarantuno anni dalla morte rimane una figura costante, un punto di riferimento, un enigma irrisolto. Uno dei massimi testimoni del nostro tempo: un’anima poetica, sincera, cruda che non volle mai accontentarsi. Dalla sua prospettiva umanistica ha intuito la necessità di scoprire nuovi linguaggi, sperimentando metodi innovativi, per comprendere e divulgare le molteplici sfaccettature del reale lasciandoci una inestimabile eredità: la consapevolezza che la bellezza e la poesia possono salvare le esistenze dall’aridità intellettuale e dall’ignoranza. Un uomo che lottava per ricercare la verità, senza farsi intimidire dal potere, esponendosi personalmente senza mediazioni riuscendo a esprimersi nei generi più svariati,  ispirato sempre da una forte passione, ma da un costante conflitto interiore. Vittima di un agguato studiato in ogni dettaglio. 001_Probabilmente con la scusa di trattare la vendita delle pizze del film “Salò”- rubate tempo prima -, lo convinsero ad andare a Ostia. Era la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, e Pier Paolo Pasolini veniva ucciso in maniera brutale: percosso e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia. L’omicidio fu attribuito a un “ragazzo di vita”, Pino Pelosi di   diciassette anni, che si dichiarò colpevole. Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005, quando, a sorpresa, nel corso di un’intervista televisiva, affermando di non essere stato l’autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, ha dichiarato che l’omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone.  Si trattava, dei fratelli Borsellino, vicini alla malavita e ai movimenti di estrema destra, mentre il terzo uomo sarebbe stato Giuseppe Mastini, soprannominato Johnny lo Zingaro, condannato all’ergastolo nel 1989 per reati vari.  Tra le varie ipotesi, rimane credibile la possibilità della “pista catanese”, di questi quesiti irrisolti si occupa brillantemente il testo di Stefano Maccioni, Valter Rizzo, Simona Ruffini, “Nessuna pietà per Pasolini” edito da Editori Internazionali Riuniti, nel quale vengono esaminate ricerche certosine da un avvocato, da un giornalista e da una criminologa.Proprio a Catania, Pasolini, infatti, cercava rapporti occasionali e volti per i suoi film, la sua curiosità intellettuale lo portò a indagare antropologicamente sulle dinamiche di quei ragazzi prestati al fascismo in quegli anni. La Catania in cui lo scrittore viveva un’altra vita. La pista catanese può essere avvalorata dalle grida che furono sentite durante l’aggressione: “iarruso” – urlavano – che in dialetto catanese indica l’omosessuale, e sul posto, inoltre, venne avvistata un’auto targata Catania.
Un enigma irrisolto, contorto che lascia molta amarezza. A quarantuno anno dalla sua morte, Pier Paolo Pasolini superare i muri della realtà, della logica e si ritrova ancora qui tra quesiti irrisolti, lo ritroviamo nella sua splendida produzione – letteraria e cinematografica –, lo ritroviamo in quella verità che lui stesso cercò a tutti costi, ma dalla quale barbaramente ne divenne vittima.

“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti”.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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