La breve intervista di Giovanni Floris a Piercamillo Davigo (dimartedì del 2 dicembre scorso) è significativa perché in essa sono contenute delle amare verità che hanno il carattere di quella ovvietà che sta dinanzi agli occhi di tutti ma che nessuno ha il coraggio di profferire, allo stesso modo di come accadeva con i vestiti dell’imperatore. Quali? Eccole, con le stesse parole di Davigo.

Innanzi tutto, il problema della sicurezza, che è sempre più amplificato, anche in rapporto agli extracomunitari e ai rom:

«Un problema di sicurezza sostanzialmente sino ad ora non c’è stato. Se andiamo a vedere cosa può capitare ad una persona, la cosa più terribile è essere ucciso, no? Io non riesco a immaginare nulla di peggio. Bene noi siamo passati da una media di 1700 omicidi volontari l’anno dei primi anni ’90 a una media di circa 650 omicidi volontari l’anno di adesso. Abbiamo meno omicidi riferiti a 100.000 abitanti di quanti non ne abbiano la Francia o la Gran Bretagna, dove a nessuno viene in mente di mettere i soldati per le strade. Se poi andiamo a scomporre questo dato degli omicidi, scopriamo che oltre la metà avvengono in contesto familiare o parentale, quindi dal punto di vista statistico è più pericoloso stare a casa che uscire.».

Dunque i problemi sono altri. Quali? Ed ecco la seconda risposta di Davigo che cade a proposito di quanto sta avvenendo a Roma, ma che è già avvenuto con il MOSE, con l’Expo e con tanti altri eventi, poi caduti nell’oblio della memoria collettiva:

«I mafiosi sono come i pidocchi: vanno dove c’è lo sporco. Per cominciare, quindi, se non ci fosse lo sporco non arriverebbero i mafiosi. È questo il primo dato da tener sempre presente quando si parla di collusione tra il crimine organizzato e la politica o l’economia. La seconda considerazione è che i danni che fa la criminalità delle classi dirigenti, cioè la cosiddetta criminalità dei colletti bianchi, sono incomparabilmente più gravi di quelli che fa la criminalità predatoria da strada. Faccio un esempio. Quando a Milano c’era il processo per l’aggiotaggio Parmalat io una volta mi divertii a stuzzicare la mia collega Punti che presiedeva quel processo perché aveva 45000 parti civili, cioè di vittime che volevano essere risarcite. Le dicevo: ‘Come fai a fare l’appello la mattina?’ Sono numeri da stadio, ma allo stadio non si fa l’appello del pubblico. Perché dico questa cosa? Per far riflettere su due aspetti. Primo, quanto ci impiega uno scippatore a fare 45000 vittime? Se fa 4 scippi e mezzo al giorno, 9 ogni due giorni, gli ci vogliono 10000 giorni; statisticamente è impossibile fare 9 scippi ogni due giorni per 10000 giorni senza essere arrestati. Secondo, quando può avere una signora che viene arrestata nella borsetta? Secondo la mia esperienza, una mensilità di pensione se appena è andato a ritirarla. Io non ho mai visto nessuno tenere nella borsetta i risparmi di tutta una vita. Molti di quei che si erano costituiti parte civile per essere risarciti avevano investito i risparmi di tutta la vita in quei bond che avevano comprato. Questo fa la basilare differenza. Il crimine organizzato gestisce fra le altre cose i mercati illegali ed è quindi frequentemente presente in vari nei mercati illegali che vanno dal riciclaggio anche al mercato della corruzione, che è un mercato illegale.»

Vauro, Il marcio su RomaIl marcio dunque non è qualcosa che viene dall’esterno per alterare il funzionamento di un organismo altrimenti sano; non è il frutto della intollerabile e insostenibile pressione di un potere criminale, a cui si finisce per cedere a causa delle minacce subite. La solidarietà politico-affaristica, il connubio tra amministratori, poteri mafiosi e interessi criminali esterni ha bisogno di un armonioso concorso di intenti: da una parte un ceto politico che è ben disposto a farsi corrompere, dall’altra il potere criminale-affaristico-mafioso che paga volentieri un prezzo per avere la complicità e la collaborazione di chi può gestire gli appalti e gli interessi economici delle istituzioni locali. E quando giunge per avventura un amministratore “indocile”, ecco allora che gli enormi interessi che girano intorno al mondo degli affari possono manovrare i propri organismi di informazione e i propri burattini all’interno delle stesse istituzioni per screditare, calunniare, al limite porre le condizioni affinché l’“indocile” sia sempre più isolato e infine costretto a gettare la spugna. Nei casi più gravi si passa per le vie brevi.

Ma perché è potuto avvenire tutto questo? La risposta è semplice: la politica ha ormai pervaso ogni ganglio della vita civile, sicché niente più si sottrae ad essa; e il federalismo, che doveva “avvicinare gli amministratori agli amministrati”, si è ben presto convertito in un moltiplicatore di tale fenomeno. Così fare politica è diventato un modo alternativo, in un’economia declinante, per trovare un lavoro, fare affari, lucrare dei vantaggi e dei privilegi. Ovviamente a spese dell’intera cittadinanza. Ce lo dice ancora Davigo:

«In Italia ci sono troppe persone che vivono di politica. Sono state stimate in svariate decine di migliaia. Quando si parla delle 8000 municipalizzate ci si dimentica che ciascuna di queste municipalizzate ha consigli di amministrazione e collegi sindacali retribuiti. Quindi sono tutte persone che campano di questo, mentre forse sarebbe meglio che venissero impiegate in attività produttive».

La politica, insomma, da esercizio della cittadinanza, da un mettersi a disposizione per realizzare un modello di convivenza politica in cui si crede e che è ispirato a dei valori (non importa qui la loro provenienza), è finita per diventare un espediente per arricchirsi o anche semplicemente – ai livelli più bassi – per sopravvivere e sfuggire alla miseria della disoccupazione. E di fronte a questa marea montante non basta più la magistratura, che è stata caricata di un onere improprio, come sempre Davigo è pronto a riconoscere:

«… manca la percezione che non è possibile demandare ai processi la selezione etica della classe dirigente. Dovrebbe esserci un alto controllo interno. Di fronte a comportamenti devianti c’è un nucleo centrale che è il reato, ma c’è un’area molto più vasta che è quella dell’opportunità. Per problemi di opportunità in altri paesi si dimettono; qui restano tutti al loro posto fin quando arrivano i carabinieri a prenderli e qualche volta anche dopo».

stainoQuesto abbassamento del senso etico, del “comun sentimento del pudore politico”, è il frutto di questa trasformazione del modo di intendere la politica: se essa consiste nel fare affari e si fanno affari solo con la complicità degli affaristi (mafiosi e no), allora è normale derubricare la possibile incriminazione a un semplice incidente di percorso, alla quale bisogna resistere più che si può, consapevoli della complicità e della solidarietà dell’intero ceto politico, pronto a ricompattarsi quando sia minacciato nel suo complesso. L’appello alla presunzione di innocenza sino a sentenza definitiva (e a volte anche dopo) è l’espediente tecnicamente ineccepibile con cui si occulta la responsabilità morale e si impedisce la concorrenza politica di chi si vuole sostituire all’indagato, per continuarne l’opera e goderne i privilegi.

Ebbene, è necessario prendere consapevolezza che quanto accade a Roma non è l’ennesimo deprecabile episodio che colpisce organismi nella sostanza sani, ma un vero e proprio nuovo modo di produzione economico, tipico dei paesi in declino come l’Italia; qui al circolo denaro-merce-denaro – da Marx individuato come il motore dell’economia capitalistica – va ormai sempre più sostituendosi, o almeno affiancandosi, quello di denaro-politica-denaro, dove la merce o i servizi sono una variabile dipendente, funzionale al solo scopo di tenere calmi e sottomessi le masse popolari, offrendo loro il minimo indispensabile per evitare forme di insubordinazione o proteste di massa pericolose per il ceto politico.

Soltanto prendendo piena consapevolezza di questa nuova realtà è possibile predisporre quelle misure di contrasto per curare il male o almeno ricondurlo a un livello fisiologico. Il problema è che le cure dovrebbero essere predisposte proprio da coloro che hanno tutto l’interesse di continuare a coltivare la malattia.

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