Non ci placa l’onda dei Piani Individuali di Risparmio sul mercato italiano. Cresce in maniera costante la presenza di questi prodotti finanziari: basti pensare che solo a giugno 2017 sono stati lanciati 5 pir, due azionari in Italia, gli altri bilanciati. Altro dato interessante riguarda anche i flussi di denaro riguardanti i PIR, decisamente più alti rispetto agli altri fondi. A convogliare gran parte dei movimenti sono il PIR di Mediolanum, il Pioneer Risparmio Italia e l’Anima Crescita Italia, mentre si mantengono a distanza più che significativa tutti gli altri piani individuali.

Come si può notare anche guardando i dati presenti sul web, i fondi PIR stanno svolgendo un ruolo da assoluti protagonisti nel convogliare una parte dei risparmi degli italiani proprio verso le imprese di grandezza piccola o media che operano sul territorio, e quindi di conseguenza per rilanciare l’economia nazionale. Qualcosa di simile è avvenuto anche in Francia e in Regno Unito, dove sono stati introdotti altri contenitori giuridici simili ai PIR. In Italia, il Piano Individuale di Risparmio si presenta sotto forma di fondi, conti a cui sono associati titoli o gestioni patrimoniali, al cui interno possono essere sottoscritte, previa conformità alle limitazioni prevista dalla legge italiana, qualsiasi tipologia di prodotto finanziario.

Il veto principale riguarda l’obbligo di investire sette decimi dell’ammontare totale o in aziende hanno sede in Italia, oppure per quelle che, pur avendo un domicilio interno allo Spazio Economico Europeo (SEE), mantengano un’organizzazione italiana non volatile. Di questo 70%, un terzo della quota sarà destinata agli strumenti di quelle aziende che non fanno parte dell’indice Ftse Mib di Borsa Italiana. È inoltre vietato investire più del 10% in prodotti di un unico emittente.

I Piani Individuali di Risparmio sono decisamente stati confezionati sulle esigenze delle persone fisiche, che possono agire al di fuori del proprio lavoro d’impresa investendo tra i 500 e i 30.000 euro all’anno. In considerazione della lunga serie di “paletti” legislativi, in tanti si chiedono quale sia il segreto del successo dei PIR. La risposta, secondo l’analisi degli esperti Moneyfarm, è nella lunga serie di vantaggi fiscali a cui legare i redditi derivati dal capitale: per i PIR non è infatti prevista imposta di successione e il rendimento non può essere tassato se l’investimento resta immutato per oltre 60 mesi.

Sono gli stessi consulenti della società italo-britannica ad evidenziare però anche i difetti dei PIR, che non consentono una diversificazione di tipo geografico, che bloccano di fatto il capitale per 5 anni senza possibilità di movimento in caso di oscillazioni preoccupanti del mercato e che propongono una limitazione di prodotti contenuti al loro interno. Per investire nei PIR è richiesta anche una discreta conoscenza del mercato nazionale e del complesso mondo delle piccole e medie imprese italiane, ma anche una certa attenzione nella salvaguardia di un contenitore che si espone troppo facilmente a sovrastrutture che si traducono in costi e spese eccessive.

Nonostante pro e contro, pregi e difetti che si celano all’interno dei Piani Individuali di Risparmio, anche a maggio i Pir hanno trainato l’industria domestica, in “compagnia” dei prodotti a scadenza. Le sottoscrizioni continuano a “piovere”, ma gli italiani quasi non riconoscono i grandi rischi che si celano dietro un “pit stop” dei capitali per periodi molto lunghi. E nel momento in cui si decide di disinvestire, l’italiano medio, a cui molto spesso manca la cultura e la formazione finanziaria adeguata, incorre in commissioni di riscatto decisamente salate, a dimostrazione che il PIR, nonostante il successo, non è uno strumento adatto a tutte le tasche.

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