Sandro  Vero

Ciò che mi differenzia dal mio amico Diego Fusaro, che da tempo afferma l’indistinguibilità di destra e sinistra, è il fatto di ritenere, con pervicacia, che ha ancora senso pensare a ‘una cosa’ che si chiami sinistra, che abbia le sue coordinate teoriche ed ideologiche, e un suo pensiero politico riconoscibile e perfettamente distinguibile. Bene: una tale ‘cosa’ può collocarsi topologicamente dove le pare, a sinistra a destra sopra sotto! Ciò che occorre come indispensabile criterio distintivo è il fondamento marxiano e gramsciano della sua prassi, riveduto e corretto, se si vuole, con tutto ciò che ha sviluppato quel pensiero: l’operaismo di Tronti e Negri, anche la lezione strutturalista di Althusser, fino all’attuale dibattito sull’accelerazionismo e ad autori come Williams e Srnicerk.

Una simile cosa, che sarà imparentata con la creatura aliena del film di Carpenter solo per il suo irrompere subitaneo sulla scena, è da tempo dissolta nei mille cristalli in cui si è frammentata l’esperienza socialista e comunista nell’occidente del capitale trionfante.

Ritengo che uno dei temi portanti della sua azione dovrà essere quello del rapporto col potere e dell’obiettivo di governare ma, ciò essendo irrinunciabile, fuori da una logica iperrealistica di alleanze arbitrarie e dissennate.

Lo confesso: trovo infinitamente più sano, convincente, coerente che una simile sinistra, che ovviamente abbia accresciuto notevolmente il suo bacino elettorale, si allei con movimenti civili come il M5S che con le vecchie volpi del centro-sinistra. Riproporre stantie riedizioni del compromesso storico non serve più  al paese, ammesso che sia mai servito.

Un problema concreto che bisogna porsi è questo: l’accrescimento del bacino elettorale deve avvenire necessariamente attraverso la solita logica del trasformismo e del camaleontismo politico? O può avvenire intercettando e amplificando i bisogni crescenti di rappresentanza di strati sempre più ampi di cittadinanza? Deve avvenire obbligatoriamente attraverso operazioni di ibridazione, utili ad un risultato finale in cui la ‘rappresentanza’ si appiattisce sugli interessi particolari del ‘rappresentato’? O può consistere in un’azione di captazione e di sintesi di quei bisogni reali, di lavoro e di diritti sociali ed economici,  che si agitano sotto gli interessi di superfice?

I recenti risultati elettorali di Grecia e Spagna, la recentissima mutazione del Labour britannico, autorizzerebbero un’ottimistica propensione verso la seconda opzione. Occorre una vera sinistra europea, che non svenda più la sua anima al governo neo-liberista che vi domina, che metta il lavoro e lo sviluppo al primo posto della sua agenda, che sia capace di mettere in discussione i capisaldi nascosti di una strategia europea di costante sottrazione di quei diritti attraverso la precarizzazione, la supremazia del debito, la centralità della finanza, la tirannia dell’euro.

Per far questo occorrerà un grande sforzo di coesione delle troppe anime che si intrecciano e rincorrono sulla scena: creature destinate alla marginalità, senza un progetto comune di riaffermazione della necessità di un nuovo socialismo. Possibile di Civati, le galassie ancora informi che ruotano intorno a Fassina e Landini, i residui di SEL e dei guppi che ancora si richiamano al comunismo, dovranno tentare un raccordo sui temi fondamentali e definire una comune azione di penetrazione nel tessuto sociale. In tal senso, l’esperienza che sta facendo Civati sembra particolarmente interessante: un’indagine a tutto campo sui bisogni (una modalità genuinamente ‘scientifica’) e il varo contestuale di un’iniziativa referendaria su temi riconducibili alla sovranità soggettiva e oggettiva del lavoro, della scuola, dell’ambiente.

 

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