Salvo Reitano

Poche volte le “annunciazioni” si sono realizzate con tanta puntuualità. Soprattutto quando si deve far presa sull’elettorato in vista di referendun ed elezioni. La cosa paradossale è che le “annunciazioni” sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto si ripeteno da oltre 2000 anni e da oltre 2000 anni si rinviano e si accantonano per essere riproposte al momento opportuno.

Non potevano fare diversamente il premier Matteo Renzi e il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Graziano Delrio. Il primo lanciando, nei giorni scorsi all’assemblea per i 110 anni del gruppo Salini-Impregilo, la “sfida” a completare il progetto “che può creare 100mila posti di lavoro” per “tornare ad avere una Sicilia più vicina e raggiungibile e per togliere la Calabria dal suo isolamento”; il secondo che si dice, in una intervista al Corriere della Sera, “pronto a mettere soldi pubblici”, smentendo di fatto se stesso che un anno fa dichiarava: “A proposito di grandi opere sospese sugli stretti, ho sempre sostenuto che abbiamo altre priorità”. Ma le elezioni incombono e le priorità cambiamo.

Facciamo un passo indietro. La prima volta che si parlò di Ponte sullo Stretto fu nel 251.a.C. Quando il console Lucio Cecilio Metello, così come riferisce Plinio il Vecchio, fece realizzare un ponte di barche e botti tra la Sicilia e la Calabria per permmettere il passaggio di 140 elefanti sequestrati ai Carteginesi. Dopo un lungo silenzio, la questione si ripresenta nel 1840. Ferdinando II Borbone, Re delle Due Sicilie, incarica un gruppo di ingegnieri e architetti per progettare l’opera. A farlo rinunciare sono gli alti costi per la realizzazione. Il terremoto di Messina del 1908 sembra allontanare definitivamente l’idea del Ponte sullo Stretto. Del collegameto tra i due lembi di terra ne parla nel 1921, al Congresso geografico di Firenze, l’ingegniere Emerico Vismara che ipotizza la realizzazione di una galleria sottomarina. Con l’avvento del Fascismo e la Seconda Guerra Mondiale il Ponte va in soffittà. Se ne riparlerà nel 1971 quando il governo presieduto da Vittorino Colombo approva una legge che autorizza la creazione di una società di diritto privato a capitale pubblico, concessionaria per la progettazione la realizzazione e la gestione dell’opera. Dieci anni dopo, nel 1981, vede la luce la concessionaria Stretto di messina s.p.a. alla quale partecipano l’Italstat e l’Iri con il 51% e Ferrovie dello Stato, Anas, Sicilia e Calabria, ciascuno con il 12,25%.

Nel 1985 la prima forte dichiarazione sulla realizzazione del Ponte viene dal presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal presidente dell’Iri Romano Prodi che la fefinisce “una priorità”. Sette anni dopo viene presentato il progetto preliminare ma bisogna attendere il 2001 per sentire in campagna elettorale dalla voce di Silvio Berlusconi e Francesco Rutelli il sostegno incondizionato alla realizzazione. Nel 2005 l’Associazione Temporanea di Imprese Eurolink, guidata da Impregilo, vince la gara come generl contractor per la costruione. Sembra fatta, questa volta. Invece si torna al punto di partenza. Nel 2007 il governo guidato dall’ex presidente dell’Iri Romano Prodi, lo stesso che aveva dichiarato il Ponte una priporità fa di tutto per bloccarlo. Dura poco perchè l’anno successivo il governo Berlusconi rilancia il progetto che sembra definitivamente arenarsi nel 2011 quando l’Unione Europea non lo include tra le opere ioggetto di finanziamento. L’anno successimo il governo Monti, in ossequio alle direttive dellEuropa e tenuto conto della difficile congiuntura economico finanziaria in cui versa l’Italia, decide che il Ponte non si farà. La Stretto di Messina s.p.a. Paga 45 milioni di euro di indennizzo a Eurolink.

Ora, come i nostri lettori sanno bene, Matteo Renzi rilancia e lo fa, a nostro parere, in chiave squisitamente elettorale, alla Berlusconi, ipotizzando perfino 100mila nuovi posti di lavoro. Lo abbiamo scritto più volte, su queste pagine, il Ponte sullo Stretto per la Sicilia non è una priorità. Almeno fino a quando non viene azzerato il gap infrastrutturale che ci penalizza. Per rendersene conto basta fare un giro sulla rete viaria che non garantisce la continuità territoriale, per non parlare dei collegamenti ferroviari su un solo binario. Ci sono decine di opere incompiute e altre che hanno bisogno di manutenzione; strade e ponti che versano in condizioni disastrose e quando Giove pluvio la manda tutto si briciola come tufo incollato con lo sputo.

Strade che con il maltempo, e qualche volta anche senza, crollano periodicamente sulle Madonie, isolando i comuni, fino all’autostrada Messina-Catania, franata all’altezza di Letojanni. Che dire della statale per Sciacca, ridotta quasi ovunque e ormai da anni a corsia unica, fino a quello che è diventato il simbolo inequivocabile del sisastro infrastrutturale siciliano: quel viadotto Himera, sull’autostrada Palermo-Catania, crollato nell’aprile 2015, e ancora da ricostruire. I premier non sa, o fa finta di non sapere, che sono le piccole opere che hanno maggior ricaduta sull’occupazione. La manutenzione della rete viaria e ferroviaria che versano in cattivivo stato dovrebbero rappresentare la priorità. Però si dice diposto a fare il Ponte e a immaginare 100 mila posti di lavoro. E sapete perchè? Perché fa più notizia e come slogan, seppure ormai inflazionato, è sempre di quelli ad alto effetto. Non sappiamo se la maggioranza dei siciliani alla notizia abbiamo fatto un brindisi. Noi ce ne asteniamo. Prima di tutto perchè siamo vaccinati alle prese per i fondelli e poi perchè comprendiamo che un governo senza annunci altisonanti è un governo inutile.

Bismark diceva che un vero statista per rimanere al suo posto , quando sta per perdere il filo della matassa, qualcosa si deve inventare. Il Ponte sullo Stretto non è certo una novità in fatto di invenzioni. Ma Renzi non è Bismark. O almeno, non lo è ancora.


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