di Raimondo Catanzaro e Salvo Scibilia

Siamo in tre attorno ad un tavolo tondo: un pubblicitario non pentito e moderatamente malinconico, un gastronomo educato che usa la polemica per condire i suoi discorsi, e un pescatore verace con un solco lungo il viso come una specie di sorriso. È così forte l’idem sentire che ci unisce che la storia può raccontarla benissimo un solo narratore, uno e trino. Pornogastronomia, dunque.

Non si tratta di un nuovo scenario erotico che, tutto interno al corpo, sottrae alla pubblica libido i sinuosi e inarrivabili intrecci di viscere e frattaglie. È una faccenda assai più semplice. Somiglia alla “bellezza dell’asino”, la capacità inconsapevole che hanno gli adolescenti di apparire belli e in gran forma senza fare alcuno sforzo deliberato: bellezza e incoscienza vanno avanti di pari passo. Ma alla Pornogastronomia si può arrivare, se si preferisce, da un altro versante, cogliendo lo stesso concetto grazie a un vecchio detto siciliano: “U Signuri ci manna u pani a cu non avi i denti”; è un esplicito rimprovero all’Onnipotente: in un eccesso di sacro sadismo, il ben di dio arriva proprio a chi non ha gli strumenti per poterne trarre godimento. Siamo in piena crisi distributiva.

Qualunque ristoratore minimamente coscienzioso farebbe carte false pur di offrire ai propri clienti un pesce palesemente vivo, capace ancora di sobbalzare al minimo sfioramento: voi come San Tommaso, per intenderci.

Il pesce in questione è un San Pietro di un chilo e mezzo, un esemplare fra i massimi nella sua categoria. Lucente, bellissimo, sembra essersi appena staccato da un bassorilievo proto-cristiano, con l’aggiunta di colori e riflessi metallici fra il grigio e l’azzurro attorno alla macchia centrale che, secondo la leggenda, è legata al suo nome. Si narra infatti che San Pietro, il noto pescatore di anime di cui tutti noi corriamo il rischio di esser vittime, avendolo pescato e impugnato per il ventre per riporlo nel cesto, sia stato impressionato dai muggiti di dolore della sua preda (confermati da uno dei commensali che si diletta di pesca) e lo abbia rilasciato, lasciandogli sul ventre l’impronta indelebile del suo pollice. Campeggia, il San Pietro, in una canestra di vimini, è regalmente adagiato al centro di una partita di pesci di rara freschezza, disteso su un letto di ghiaccio e alghe. Mi tolgo gli occhiali da sole, lo indico con l’imperio del connoisseur e lo faccio mio, anzi nostro, visto che siamo in tre. Ma è solo con me stesso che voglio farmi bello.

“Come lo facciamo?” chiedo al cameriere sollecitandogli una qual certa complicità.

Mi risponde con la brusca malacreanza degli automobilisti locali:

“E comu u voli fari?…” Avverto nella sua sospensione un cretino di proporzioni ciclopiche, d’altra parte non siamo così distanti dai faraglioni di Acitrezza. La risatina sarcastica è la controprova. Inadatto alla frittura, scartata la mia suggestione del forno, evitata la banalità dell’arrosto, acconsento, ob torto collo, ad una preparazione a metà strada tra l’acqua pazza e l’acqua di mare. Faccio appena in tempo a raccomandargli di non farlo troppo brodoso che il cameriere scompare. Il locale è ben tenuto e lindo, è l’ora di pranzo di un giorno di primavera e c’è poca gente. Poco dopo arrivano tre anemici brandelli del santo pesce, malinconicamente annegati in un brodetto sciapo, appena screziati da qualche pomodorino reso malconcio dalla cottura. La freschezza del pesce è fuori discussione, ciò che è in discussione è la competenza di chi sta in cucina. Ma è mai possibile deturpare la bellezza di un pesce freschissimo preparandolo a quel modo? Penso a Italia Nostra, al FAI, a Carlo Petrini, a Gualtiero Marchesi, ma invano. In tre mastichiamo la freschezza con l’amaro in bocca. Ciò che è condannabile è il presupposto mentale dell’oste, forte di un assioma inconfutabile: il pesce fresco non ha bisogno di alcuna manipolazione: basta buttarlo nella padella o nella brace ed è fatta. Non è così. Il Kamasutra fu inventato perché a un certo punto accoppiarsi per primordiale istinto di riproduzione non bastava più. Occorreva dare un senso alla cosa, che non fosse quello puramente meccanico. Immaginare, pregustare, fantasticare, prima di consumare. Esattamente allo stesso modo per cibo e sesso. In assenza di quei piaceri preliminari dell’animo c’è soltanto sciatteria – e pornografia. La freschezza dunque non parla da sola, necessita di un interprete; perché lasciata a se stessa, dopo un po’ finisce col dire cose noiose, intrise di arroganza e di presunzione. Lo stato di natura è solo una condizione, non è un valore. La freschezza di un pesce è come l’arte: da sola parla fino a un certo punto, poi, per portare avanti il discorso occorre immaginazione, fantasia, creatività, cultura.

Unica consolazione di questa disavventura: uno dei commensali, chef per passione, mi ha suggerito che il San Pietro va preparato in umido, con patate, olive nere e pomodorini, facendolo cuocere in umido per non più di 10 minuti in un brodetto ristretto di scalogno e Traminer. Nonostante sia pieno di protuberanze ossee è il pesce che meglio si presta ad essere sfilettato dopo la cottura. Lo proverò quanto prima.

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