Qualche giorno fa la commissione per l’attribuzione degli assegni di ricerca dell’Università di Catania ha finito i suoi lavori, attribuendo un certo numero di assegni di durata annuale rinnovabili per un altro anno a dei “giovani” ricercatori. Giovani per modo di dire, perché tra essi vi sono anche quarantenni che nell’assegno cercano un mezzo per sopravvivere altri due anni e poter continuare a far ricerca; sono questi gli abitatori dell’inferno dei precari, vero “mondo di mezzo” di chi non ha trovato ancora una stabile collocazione nell’università, avendo scelto incautamente una carriera che ormai sembra essere a termine.

Non solo, ma nell’area di ricerca del quale ero rappresentante e che ha assegnato un solo assegno su 19 concorrenti, i “giovani” validi e meritevoli, che avrebbero potuto e meritato benissimo di continuare nell’attività a cui si erano dedicati, erano per lo meno la metà. Ciò significa che circa 9-10 di essi sono “talenti” sprecati, che in Italia non potranno mai continuare a fare ricerca e che dovranno adattarsi ad un altro mestiere, oppure – come sempre più spesso capita – rassegnarsi ad andare all’estero, dove i ricercatori italiani sono molto apprezzati. Centinaia di migliaia di euro per portare un giovane alla soglia di 30 o addirittura 40 anni – mantenendolo con dottorati, borse di studi, altri assegni di ricerca – per poi buttarli letteralmente nella spazzatura. Vite spezzate, carriere frustrate, giovani mortificati. Ma di questo precariato nessuno sembra darsi cura.

Sappiamo infatti – come ha opportunamente denunziato Francesco Sylos-Labini su Il Fatto Quotidiano – che il precariato nell’università e nel mondo della ricerca è cresciuto in modo spaventoso negli ultimi anni e che esso non sembra destinato, con le attuali politiche governative, ad essere riassorbito. Ormai migliaia di questi giovani ricercatori – che hanno assegni di ricerca, contratti di insegnamento o altri sistemi di sopravvivenza ai limiti dell’indigenza – sono stati o sono sul punto di esser espulsi dal sistema della ricerca nei prossimi anni o addirittura mesi. E così, mentre si pensa ad immettere 150 mila precari nelle scuole – possibilmente solo per utilizzarli come “esercito di insegnamento di riserva” e ulteriore bacino elettorale – invece dei precari dell’università nessuno si interessa: sono carne da cannone che può essere sacrificata sull’altare dell’ignavia nazionale, per la quale ricerca, cultura, formazione o servono a produrre merci (cioè sono immediatamente spendibili nelle attività produttive), oppure non servono a nulla e quindi hanno una utilità marginale.

Così le università vengono sempre meno finanziate e – con parametri cervellotici che dovrebbero premiare il ”merito” – il Fondo di Finanziamento Ordinario (che ogni anno finanzia le università) è stato ripartito per il 2015 in modo da premiare le università più “produttive” e “meritevoli”. Il risultato è che a quelle siciliane verranno a mancare circa nove milioni di euro. E ciò significherà meno dottorati, meno borse di studio, meno assegni di ricerca; insomma meno possibilità per i giovani. È la concreta applicazione del cosiddetto “effetto San Matteo” (versetto 25, 29 del Vangelo di Matteo), che indica un meccanismo per cui le risorse vengono ripartite in proporzione a quanto già si ha. In inglese si dice the rich get richer and the poor get poorer, cioè: “i ricchi si arricchiscono sempre più, i poveri si impoveriscono sempre più”. Applicato al mondo dell’università esso equivale a dire che quelle meno favorite ed efficienti, spesso per il solo fatto di insistere su territori già colpiti da disoccupazione e sottosviluppo industriale ed economico, vengono ulteriormente penalizzate tagliando loro le risorse. Invece di aiutare – con un’opportuna opera di accompagnamento, di stimolo e riforma – le università in qualche modo in difficoltà, le si penalizza ulteriormente tagliando loro le risorse e non mettendole neanche in grado  di assicurare il normale funzionamento. E magari, quando queste saranno costrette a tagliare i servizi, le biblioteche, i tutoraggi e ad aumentare ulteriormente il precariato, ciò entrerà a far parte della nuova valutazione che porterà ad una loro ulteriore penalizzazione. In una spirale che le porta sempre più in basso. Viene il sospetto che sia proprio la loro scomparsa ad essere perseguita, o il loro accorpamento in unità più vaste.

Ma il citato articolo di Sylos-Labini è interessante per un altro motivo: il commento di Giuseppe Valditara che – ricordiamo – è stato il relatore della riforma Gelmini, la famosa “epocale” riforma che avrebbe dovuto rivoluzionare la vita delle università rilanciandole verso l’efficienza e la produttività (oltre ad eliminare il famigerato “nepotismo”) e che in effetti è in larga parte all’origine dei fenomeni degenerativi che stiamo descrivendo. Cosa apprendiamo dal suo commento? Ecco le sue parole:

Un dato è vero: Confindustria con la complicità dei grandi giornali ha cercato a partire dalla fine degli anni ’90 di “mettere le mani” sull’università italiana. […] La prima bozza del ddl di riforma dell’università che mi vidi recapitare dai tecnici del Ministero prevedeva che il cda [Consiglio di Amministrazione] venisse nominato nella sua maggioranza dalle associazion[i] rappresentative degli imprenditori e dei lavoratori e dai presidenti di regione, provincia e comune. Dissi che era la aslizzazione della università e minacciai le dimissioni da relatore. [Il commento, a causa di un un breakdown del sito, è andato perso; si veda comunque una sua immagine alla fine di questo post].

Insomma, la riforma Gelmini è stata dettata dalla Confindustria, che voleva “mettere la mani” sull’università. Benché tale progetto sia stato, almeno in parte e nelle forme brutali che esso voleva assumere, sventato, tuttavia resta l’idea di fondo che muove le iniziative e le linee di politica culturale dei nostri imprenditori. L’industria italiana, che si distingue in Europa per i suoi bassi investimenti in ricerca e quindi per essere tra le meno innovative (cerca la concorrenzialità solo puntando all’abbassamento del costo del lavoro e alla riduzione dei diritti dei lavoratori), voleva letteralmente trasformare l’università in una sorta di Ufficio Studi al proprio servizio e indirizzare la formazione solo alla preparazione dei quadri utili ad essere inseriti, direttamente e senza ulteriori addestramento sul luogo di lavoro, nelle proprie aziende. Insomma la sua intenzione era (ed ancora è) quella di scaricare sull’intera società un costo di ricerca e formazione che nel mondo sono di solito le industrie stesse ad affrontare, per una serie di ragioni che qui sarebbe troppo lungo descrivere. E la retorica del necessario collegamento tra formazione e mondo del lavoro – che sentiamo un po’ ovunque – non è che una testimonianza di questo disegno.

Ed allora si capisce anche quale possa essere il senso di una politica che miri al ridimensionamento del sistema universitario del Meridione: al sistema produttivo italiano – scarsamente innovativo e ormai assestato su un basso livello di tecnologia – bastano poche università, possibilmente localizzate in luoghi prossimi alle industrie, che forniscano il personale specializzato necessario e producano idee innovative da immettere nel sistema produttivo. E bastano anche pochi ricercatori, e quasi esclusivamente di discipline gestionali e tecnologiche, perché il sistema industriale italiano ha poco bisogno di ricerca e sviluppo: tutti gli altri possono andare tranquillamente al macero. A fianco di un sistema pubblico di università ridotto all’osso, si verrà a creare un vasto sistema di università private, alcune di queste eccellenti, fruibili solo da coloro che potranno pagarne le rette salatissime (così come accade negli USA con le università più prestigiose) e che pertanto formavano i rampolli dei benestanti nelle professioni più lucrose, assicurando loro una migliore spendibilità sul mercato. Per il resto della popolazione, università statali o private mediocri, disperse sul territorio, che diano una bassa qualificazione e che quindi instradino verso i livelli meno remunerativi e prestigiosi delle professioni, ai livelli medio-bassi della gerarchia sociale.

Il grande sogno illuminista e democratico di una università pubblica, di massa e di qualità che favorisse la mobilità sociale e premiasse i migliori, non importa da quale classe sociale provenissero, è così definitivamente seppellito.

 

Valditara

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