Concetto Ferrarotto

SANREMO – Ci lasciamo alle spalle il cielo nuvoloso dell’aeroporto di Torino e dopo tre ore di auto approdiamo a Sanremo, nella luce di un pomeriggio tiepido. Eleganza, quiete, fiori – ovviamente − e Bentley e Maserati ci scivolano accanto nella più assoluta normalità. È il giorno del Premio Tenco per la musica d’autore. Protagonista della rassegna anche Cesare Basile con l’album “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più”, artista che per la seconda volta in tre anni ottiene il riconoscimento per il miglior album in dialetto. Il lavoro prende il titolo da una struggente ballata racchiusa nell’album, una dichiarazione d’amore al contrario rivolta a Catania. La descrizione amara dei mali della città in un racconto che dal particolare si fa esistenziale, con la denuncia della collettiva ipocrisia.

Nel 2013 decise di non ritirare il premio, in ragionata polemica con la SIAE per il caso del teatro Valle di Roma, adesso è diverso.

Raggiungiamo l’artista catanese al bar dell’Hotel Globo, lo stesso riservato alle rockstar internazionali. Sorseggia un aperitivo, decisamente distaccato dall’evento e dal clamore che lo circonda.

“Non ho mai riflettuto sui veri motivi che mi hanno spinto all’utilizzo del dialetto. – spiega il musicista − Alla base non c’è stato un ragionamento, mi è venuto naturale. E oggi sono contento di averlo fatto perché mi sento libero. La nostra lingua ha delle potenzialità musicali enormi e inespresse. Nella tradizione siciliana abbiamo le progressioni armoniche della musica araba e di quella spagnola. Non ce ne rendiamo conto perché, nel tempo, non abbiamo sposato la tradizione melodica della canzone o del canto festoso e collettivo. Come hanno fatto i napoletani”.

Il premio è condiviso con I Caminanti, la sua inseparabile band. Un percorso intrapreso con Massimo Ferrarotto (batteria), Luca Recchia (basso), Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours (violino) e Simona Norato (pianoforte). Nella registrazione in studio sono presenti anche il polistrumentista Enrico Gabrielli dei Calibro 35 e Manuel Agnelli (pianoforte e voce), Afterhours.

“Oggi penso alla grandezza vocale di Rosa Balistreri. La sua immensa energia animale, se coniugata con un impianto musicale di arrangiamenti come provo a fare con la mia band. Chissà cosa sarebbe stata… Siamo rimasti ai cantastorie – sottolinea Basile − Forse perché in fondo siamo degli irriducibili individualisti”.

 Il Premio Tenco si celebra nello stesso teatro del Festival, l’Ariston, un luogo che a suo modo rappresenta un monumento al costume nazionale. Senza i riflettori della tv appare nella sua realtà disadorna, quasi spiazzante. A ricordare i fasti del passato le gigantografie di chi ha cantato quei ritornelli entrati nella memoria collettiva. Colpisce il contrasto tra le atmosfere dei due “festival”. Sembra che in quel teatro dai tempi di Tenco l’Italia si divida: tutti vorrebbero condividere le piacevolezze del successo ma non tutti per averle sono disposti a rinunciare alla verità.

Cesare Basile è il secondo artista che si presenta sul palco. Attacca con “Araziu Stranu”, pezzo dedicato ad un cantastorie siciliano. Sonorità blues e ritmo cupo, ripetuto, reso inquieto dalle percussioni. Segue “La Ballata degli Annegati”, una cover di Guccini, mirabilmente interpretata, al quale è dedicata l’edizione 2015 della rassegna. E poi “Ciuri”, che nulla c’entra col nostro cantilenante “inno” regionale, prima di chiudere con l’esplosione musicale di “Franchina”, la storia di un travestito del quartiere di San Berillo. Un brano dove il racconto poetico sfocia in un tripudio di sonorità impossibili da identificare. Un finale corale da circo felliniano. La voce di Cesare è potente, graffiante, un colpo di coltello che taglia la tela bianca per mostrare la verità delle cose.

La sua esibizione è un inno alla libertà dell’individuo nell'”indisciplina disciplinata” di una musica − ironizza l’artista sul palco − che ricorda a tratti le sue radici punk. In realtà c’è molto di più. Come se le conoscenze, le passioni artistiche di una vita, si fossero improvvisamente mescolate per venire fuori nella lingua nativa. Un ritorno alle origini che riemerge nella spontaneità della maturità.

 

 

 

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