A due mesi dalla scomparsa lo scrittore Domenico Trischitta ricorda l’amico-filosofo.

di Domenico Trischitta

CATANIA – Un articolo di Panorama mi rivelò il pensatore di Lentini circondato dai suoi agrumeti. Era appena uscito “La morte del sole” pubblicato da Adelphi e gli addetti ai lavori rimasero sorpresi e scossi dal filosofo nichilista apparso dal nulla. Mi feci coraggio e un pomeriggio di marzo gli telefonai, era il 1988. La sua voce ruvida e tagliente non mi avrebbe più abbandonato, nacque un’amicizia profonda che è durata fino alla sua morte. I nostri incontri e le nostre telefonate culminavano improvvisamente in fulminanti illuminazioni, in ragionamenti definitori che mi spiazzavano di volta in volta. Una bella mente quella di Manlio Sgalambro, geniale, vivace e crudele quando si trattava di giungere alla verità delle cose, all’essenza delle questioni esistenziali. Nel 1994 se ne accorse anche Franco Battiato che lo volle a suo fianco per comporre testi per canzoni e per libretti d’opera. Il loro esordio artistico, “L’ombrello e la macchina da cucire”, contiene uno dei più originali aforismi musicali di sempre: «Breve invito a rinviare il suicidio.» Sgalambro era un intellettuale libero, non guardava in faccia nessuno, non amava i politici e detestava le banalità e i modi di dire scontati e superflui. Ma sapeva anche essere ironico con sé stesso, un giorno decise di incidere un disco tutto suo come cantante, interpretava le canzoni della sua giovinezza, quelle che gli avevano fatto palpitare il granitico cuore. Ma la comunità che gli stava attorno non lo hai mai amato, né l’università e neanche le autorità locali, che pensavano di starsene alla larga per non essere bersagliate dai suoi anatemi profondi. Ma rimarrà sempre uno dei filosofi più importanti del nostro secolo, a dispetto del provincialismo catanese che lui osservava quotidianamente dal suo studio di piazza Umberto.

Domenico Trischitta

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