di Katya Maugeri

Continua il  progetto di Sicilia Journal “Un siciliano sul fronte della Grande Guerra”, la raccolta di lettere di Francesco Gesualdo, giovane soldato protagonista della Grande Guerra.

Palermo, 10 luglio 1915

Ho terminato or ora di pranzare, e benché dovrei digerire quello che ho dentro lo stomaco per impedire o prevenire qualche doloretto, tuttavia faccio forza a me stesso e scrivo. copertina libroMi guardo e mi metterei a ridere se lo potessi: sembro assai buffo. Una tenuta di tela stretta dove dovrebbe essere larga, e larga dove dovrebbe essere stretta. È talmente tesa che per farsene un’idea devono portarsi alla mente uno di quei drappi che nel mese di gennaio restano appesi nella nostra terrazza durante la notte e poi all’indomani sono gelati e tesi come un colletto all’amido e stirato. Posando le mani sulla giubba o sui pantaloni, scivolano come noi chiamiamo “ntinna”. C’è da ridere seriamente quando sapranno che per abbottonarmi soltanto debbo sudare più di quanto non sudai facendo la strada Caltanissetta Mazzarino e viceversa, e debbo insanguinarmi i polpastrelli delle dita come quando ragazzo salivo sugli alberi, certamente si metteranno a ridere. Come si metteranno a ridere quando dirò loro che appena arrivai a Palermo e mi consegnai al distretto (sesto reg/to fanteria) ebbi la bella visione, che poi divenne realtà, di una lunga camera specie d’un fondaco o vecchio magazzino che dir si voglia, con tanti pagliericci appoggiati ai muri. L’indomani sera quella visione, cambiò aspetto e si tramutò in realtà. Ci condussero in una camerata vuota, dove prima si trovavano dei soldati, poi ci diedero tre tavole, che dietro comando d’un sergente, posammo a terra e in un ultimo un sacco vecchio rattoppato. In seguito, portarono due di quelli che noi chiamiamo “rotoni” pieni di paglia che ci disputammo fino all’ultimo filo. Così riempimmo in modo da far pietà. Povera gioventù studiosa. Io mentre vedevo lavorare gli altri su quei pagliericci, tutti pieni di sudore, me la spassavo; ma che anche io sudavo come S. Filippo d’Aidone. Poi, dopo la fatica sostenuta, ci diedero il permesso, badino, il permesso di uscire con l’ordine di ritornare poco dopo, sotto pena di cinque giorni di consegna che non ci avrebbe più aperta la porta di Modena. Ora pensino se dei giovani abituati a coricarsi sui letti di lana, in una stanzetta decente, alla luce, potessero prendere sonno su dei pagliericci, in uno stanzone dove si soffocava, quasi quasi al buio, in mezzo ad uno schiamazzo indiavolato. Era inutile il cambiare posizione: era sempre duro il pagliericcio, e più uno s’attorcigliava e si rivoltava, più duro diventava. Il rumore cessò quando quattro furono condotti alla prigione in mezzo alle cimici, che si divertirono a visitare quei buoni giovani. Ma appena si fecero le tre fummo svegliati di soprassalto da una tromba che violentemente rompeva il silenzio religioso di quell’ora.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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