Titolo certamente suggestivo (dell’autore o del responsabile del Blog?) – «Il furto della lingua italiana: una denunzia contro ignoti» – quello dello psicologo, nonché giurista, e docente universitario, Arturo Xibilia, apparso sul nostro Blog il 10/10/14. Un articolo di denuncia dinanzi alla (supposta) crassa ignoranza della lingua italiana dimostrata da una sua pur brava laureanda, che vorrebbe concludere gli studi con una tesi finale che fosse un (anglicisticamente) «lavoro importante».

La responsabilità di tale «disastro» linguistico è attribuita in toto alla scuola che ha tradito (si potrebbe dire) la sua mission e agli insegnanti (dalle elementari alle superiori) che non hanno saputo fare il proprio mestiere. Il «referto» linguistico del docente è impietoso, nella sua formulazione di apertura («disastro») e chiusura («schizoide»):

«è un disastro: le frasi si susseguono con una punteggiatura assolutamente casuale; alcuni soggetti scompaiono mentre altri si moltiplicano a capo di verbi al singolare; congiuntivi, condizionali e imperfetti si sostituiscono l’un l’altro come fossero uguali; compaiono strani accenti (stò, un pò…) e i pensieri si perdono nel disordine o sotto incidentali fuori posto, in una scrittura difficile, schizoide.».

Il lettore si sarebbe invero aspettato una esemplificazione ben più significativa di quella qui appena abbozzata, quali prove concrete, schiaccianti e inoppugnabili per bollare come «schizoide», ovvero “autistica”, la scrittura della laureanda. Non è infatti difficile citare esempi di utenti illustri (anche professori universitari), che rientrano nelle categorie linguistiche sopra denunciate. E non si dica che tali usi sono consentiti perché consapevoli rispetto a quelli inconsci della studentessa. Gli esempi che seguono, nella penna di parlanti colti, riflettono tutti usi inconsapevoli e automatici. La lingua, con la sua variabilità strutturale, se diventata competenza, contrariamente a quanto si crede, viene internalizzata e automatizzata.

(i) Un esempio al condizionale dopo il se ipotetico è quello di L. Sciascia ne Recitazione della controversia liparitana. Dedicata a A.D. (1969): «e se voi […] vorreste associare alla mia la sua sorte, credo che ne sarebbe felice (Il vescovo parla al sergente)».

Chiedo invece (maliziosamente) al docente come avrebbe reagito dinanzi al seguente esempio: (ii) «se la donna sul posto occupato a suo tempo dall’americana Madeleine Korbel Albright dovrebbe essere un Segretario di Stato, l’uomo che rispondesse del suo operato a un capoufficio farebbe la segretaria» (Lezioni di italiano a cura di S. Lubello, Il Mulino 2014, pp. 142-43).

(iii) Un congiuntivo pro condizionale passato è in: «Siamo nell’ormai lontanissimo 1990. […] ad un certo punto, il direttore della ricerca mi chiede se me la fossi sentita di presentare una relazione sul problema della raccolta e del trattamento dei dati. Naturalmente rispondo di sì con entusiasmo». [Ricordo di 20anni dopo]» (AA.VV. Per i linguisti del nuovo millennio, Sellerio 2011, p. 367).

(iv) Quanto agli indicativi pro congiuntivo, gli esempi sono a iosa, a cominciare da padre Dante («Cred’io ch’ei credette ch’io credesse»).

Riguardo alla punteggiatura, apparentemente “aberrante”, si vedano gli articoli del sociologo-politologo Ilvo Diamanti (su «La Repubblica»). E così via per i soggetti sottintesi, o gli accordi ad sensum. Gli “strani accenti” (grafici) di stò e un pò, sono gli usi strutturalmente più superficiali, che non toccano minimamente il senso di un testo.

Quello che lascia non poco perplessi nel «referto» di cui sopra è invero l’aggettivo finale, — «schizoide» –, con cui il docente ha ritenuto di dover bollare la “scrittura difficile” della laureanda. Stando a un comune dizionario, la schizodia indica una «condizione psichica tendente alla schizofrenia, caratterizzata spec. da isolamento autistico, disarmonia del comportamento, ecc.». Ora, si può anche giustificare l’uso non proprio “corretto” del termine “schizoide” con riferimento allo scritto e/o alla studentessa. Rea, probabilmente, solo di scrivere in maniera “difficile”.

Ma, se il testo prodotto dalla nostra studentessa fosse scritto non in un italiano “da schizofrenici” ma semplicemente di tipo “popolare”, che apparirebbe “difficile” al lettore-valutatore, questo andrebbe debitamente dimostrato. E il discorso sarebbe diverso e da avviare su altre basi. E tuttavia il presunto italiano popolare della studentessa è sospetto, in quanto fa a pugni col fatto che, come sostiene il suo docente, «nel suo percorso di studi lei ha letto centinaia di libri, conosce Aristotele, Leopardi, i logaritmi».

Diffondi la notizia!Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInTweet about this on TwitterEmail this to someone

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

Post correlati

Scrivi