L’Italia si ricorda di essere nazione durante le grandi manifestazioni sportive. Si sa il calcio è pane. I campioni sono sulla bocca di tutti almeno dai tempi di Leopardi. Maradona si guadagna una dedica da Paolo Sorrentino la sera degli Oscar, quel Sorrentino che apre il suo film con una citazione di Céline. Roberto Baggio è uno dei più grandi poeti dell’ultimo quarto di secolo: il rigore sbagliato a Pasadena vale una prova di Ungaretti. La mia generazione non ha visto o vissuto alcunché. Né conquiste imperiali, né dopoguerra e Resistenza né Sessantotto né altro. Solo la vittoria ai mondiali dell’82, la discoteca e “Il tempo delle mele” che – inutile spiegarlo a chi non ci crede – vale quanto “La dolce vita” idoneo a fuggire le sonnolenti atmosfere di paese. A Sophie Marceau dovrebbero assegnare un premio all’esistenza, così come a Zoff la poltrona da senatore a vita.

Solo che la nostra società ha difficoltà con la cultura popolare. Per esempio dite che Paul McCartney vale centoventi Sgalambro, che la carriera di Elvis è un saggio da milioni di copie e che Charles M. Schulz è pressoché importante come Machiavelli (Linus, Charlie Brown, Lucy e gli altri abitano il cosiddetto stato organico). Fatto? Ecco, magari mentre l’avete detto qualcuno avrà pure sorriso ma qualcun altro, tra quelli che confondono cultura, noia e archeologia, vi avrà senz’altro maledetto. Perché per loro domani sarà sempre peggio di oggi e oggi peggio di ieri. Perché una citazione colta vale più della Gibson Es 335 di Chuck Berry.

Ritorno al tema. Volentieri. Toglieteci Panatta, Moser, Gimondi, Thoeni e Mennea (ciao Pietro) e i nostri ricordi saranno solo i compiti in classe di matematica e i morti e feriti degli anni di piombo. Oggi le curve sono un ricettacolo di malintenzionati. I boss vanno allo stadio, i guerrieri – quelli falsi e quelli veri – occupano gli spalti. Ai tempi del gioco più bello del mondo gli intellettuali si erano innamorati della palla di cuoio, prima i marxisti non sprecavano tempo. Gli snob quando guadagnano spazio su “Repubblica” o sul “Corriere” decidono se citare o non citare il gioco del calcio, imitando Nanni Moretti che recita lo storico: “mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. Lui è un numero uno (anche quando gira alle Eolie), gli altri si dispongano in fila.

Gianni Brera era un gran personaggio – e poi era dell’Inter – il suo stile unico. Gadda spiegato al popolo, diceva Umberto Eco. Coraggio ed erudizione gli permisero di inventare una lingua e una mitologia. Provateci voi. Giovanni Arpino uno scrittore di qualità eccelsa. Unica colpa non essere siciliano e non amare le frasi fatte. Dunque di cose da raccontare – dicono i sicilianomani scarsi – non ne aveva tante (leggete “Passo d’addio” e avrete la risposta che meritate). In un periodo preciso nella vita di mamma e papà l’Italia è il grande Torino, il Giro d’Italia racconta quel che ne resta e continua a farlo, il Tour la salva. Trovate nella storia di questo disgraziato paese un personaggio che abbia fatto scrivere quanto Nino Benvenuti, e cosa non dissero infine al povero Emile Griffith.

Le squadre di calcio sono come animali domestici, rispecchiano la personalità del padrone, dunque del tifoso. Di una città, regione o gruppo. Il Catania (per i catanesi) è il destino che come un film di Cronenberg non ha bisogno di bussare alla porta, lo andrai a cercare tu stesso per obbedire alle leggi. La Lazio è il fascismo che (purtroppo) non ci lascerà, ma oggi non parliamo di anticonformismo. La Juventus, come direbbe Piero Violante, incarna l’io spezzato dei meridionali che si votano al più forte per debolezza o mancanza di personalità. Altrove, è la voglia di non sottostare a regole e tradizioni. Come al solito Sicilia e Continente sono ai due emisferi. Il Milan è il berlusconismo come categoria dello spirito. Quando vince è Moana Pozzi in lingerie, quando perde Mariangela Fantozzi nuda. L’Inter invece è la paura di potercela fare o la nostalgia di avercela fatta, una volta su venti.

Un tempo si poteva gridare “Forza Italia”: nessuno avrebbe detto alcunché. Adesso non si può manco accennare “Fratelli d’Italia”: si pensa già alla Meloni e ai fascisti – a quale generazione siamo arrivati? – in cerca di nuovi padroni. Scendere, salire o entrare in campo vuol dire presentarsi alle elezioni o candidarsi alla guida di un partito. La politica pesca nello sport, forse lo ha sempre fatto: qui da noi dai tempi di Primo Carnera e già in Inghilterra dal XIX secolo. Attendiamo che qualcuno ci chiarisca le idee. Tre le opzioni: o perché non è seria la prima o perché è esempio fatato di competizione il secondo. O forse perché lo sport è un capitolo di storia. Semplicemente.

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