Con la chiusura dei manicomi a seguito della legge 180/1978, la cd. legge Basaglia, è rimasta nel nostro sistema la contraddizione della sopravvivenza degli ospedali psichiatrici giudiziari: per gli autori di fatti previsti dalla legge come reati ritenuti socialmente pericolosi. Nel codice Rocco questi erano originariamente i manicomi criminali. Nel codice si parla in tali casi di (autori di) fatti previsti dalla legge come reati e non di reati, tout court, perché questi fatti commessi da soggetti non imputabili non sono punibili e quindi non sono tecnicamente reati.

In Italia abbiamo sei ospedali psichiatrici giudiziari con un migliaio circa di internati. Dopo che una commissione senatoriale presieduta da Marino ha accertato le condizioni dei nostri ospedali psichiatrici giudiziari ne è stata prevista la chiusura – dopo due proroghe – per il 31 marzo 2015 (legge 52/2014). La materia dovrebbe essere trasferita alle Regioni, alle cui competenze relative al servizio sanitario è passata, intanto, la sanità penitenziaria (dPR del 1° aprile 2008).

Ve la immaginate la Regione (segnatamente quella) siciliana che assume la responsabilità e la gestione dei delinquenti socialmente pericolosi infermi di mente, e perciò non punibili? E in effetti  suddette proroghe sono dipese dal fatto che non si sa bene cosa fare e soprattutto con quali mezzi, quali strutture e quali competenze. Problemi da niente, dunque!

I problemi sono aggravati, a monte, dalle attuali difficoltà culturali e pratiche di definire l’infermità mentale. Ci riferiamo, rispettivamente, alle teorie e alle perizie. Le difficoltà così indicate riguardano soprattutto la nozione e i giudizi di semi-infermità mentale.

Le obiezioni mosse alle condizioni reali degli ospedali psichiatrici giudiziari sono tanto ineccepibili quanto possibili, in linea generale di principio, nei confronti delle stesse carceri, del nostro e di molti altri Paesi annoverati fra i civili. E la civiltà di un Paese si misura anche dalle condizioni carcerarie.

Chiudiamo allora pure le carceri? La posizione di principio è meno distante dalla precedente di quanto possa apparire. E in più le carceri sono riconosciute come strumento criminogeno. Le due problematiche appaiono distanti anche per la (enorme) diversità dei numeri: i detenuti sono circa 60.000, malgrado tutti gli interventi effettuati per ridurli (indulto, decreto svuota carceri).

Una grande, imponente, distinzione andrebbe fatta fra i soggetti che possono essere ritenuti particolarmente pericolosi e gli altri. In confronto, la prima obiezione riguarderebbe però la difficoltà scientifica e concreta di operare e applicare la  distinzione. Primo indicatore dovrebbe essere la gravità del reato commesso; un altro, importante, dovrebbe essere la recidiva.

Nella storia del diritto penale è costante la tendenza al ridimensionamento del carattere cruento delle sanzioni: da quelle corporali e capitali al carcere, alla diminuzione delle misure di questo, ai tentativi di superamento del medesimo.

Per ragioni anche funzionali (di funzionalità del sistema: perché possa funzionare meglio), il sistema penale dovrebbe essere ridimensionato, e il carcere pure: l’uno e l’altro dovrebbero essere riservati ai casi e ai soggetti di particolare gravità e pericolosità. In questo schema, inoltre, dal punto di vista tecnico, il diritto e il processo penale dovrebbero occuparsi (tipicamente) dei casi per cui è prevista la sanzione del carcere. Il carcere e il processo penale sono strumenti sia cruenti che costosi (il processo è necessariamente molto sofisticato per ragioni di garanzia) che dovrebbero essere riservati ai casi in cui non sia possibile adottare soluzioni e strumenti diversi. Questi dati sono soggetti a modificazioni che dipendono dai mutamenti sia culturali che delle stesse quantità di casi da gestire e quindi delle risorse necessarie e dei costi.

Gli autori di reati non gravi e non pericolosi socialmente dovrebbero essere trattati, perciò, con sanzioni comunque non carcerarie, e possibilmente con procedimenti semplificati. La stessa distinzione può valere per i soggetti infermi di mente, autori, appunto, di fatti previsti dalla legge come reati. I meno pericolosi possono essere affidati a strutture e organizzazioni diverse da quelle detentive tradizionali: anche alle famiglie, quando sia possibile, e in linea di principio e concretamente.

I soggetti più pericolosi per i quali si pone in modo peculiare il problema della difesa e sicurezza sociale, dovrebbero essere a mio avviso “trattati” in strutture detentive adatte, la cui competenza è però inopportuno venga sottratta al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: per ragioni culturali, di specificità e attitudine degli strumenti ovvero delle risorse. Strumenti, risorse e culture affatto distanti da quelle (sanitarie) delle Regioni.

In sintesi, entro la misura della pena comminata, secondo la, e nei limiti della,  previsione legislativa, il soggetto potrebbe essere “trattato” diversamente a seconda delle sue caratteristiche, e quindi anche delle possibilità concrete di rieducazione. Oggi, invece, le misure di sicurezza, cui sono sottoposti i soggetti pericolosi, sono tendenzialmente indeterminate: durano, in linea di principio, finché dura la (ritenuta e valutata, dal giudice) pericolosità sociale del soggetto.

Lo schema così proposto potrebbe essere ad un tempo garantistico e funzionale alla difesa della società in confronto alla pericolosità dei soggetti autori di (fatti previsti come) reati.

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto Penale all'Università di Catania

Salvatore Aleo, professore ordinario di diritto penale e criminologia nell’Università di Catania, è nato, si è laureato e vive a Catania, si è sposato due volte e ha tre figli. Ha studiato soprattutto teoria della responsabilità e teoria dell’organizzazione, con riferimento prima alle forme di criminalità organizzata e poi alle strutture e alla funzione sanitarie. Ha pubblicato numerosi volumi nonché manuali, di diritto penale e criminologia. Ha fatto parte delle commissioni di concorso della magistratura, di abilitazione alla professione di avvocato e di riforma del codice penale. Insegna nei corsi di laurea di scienze dell’amministrazione e di psicologia. Nel tempo libero legge e dipinge.

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