di Salvo Reitano

CATANIA – Lasciamo nei tasti del computer ogni commento sul “conclave” dei dirigenti pubblici e privati che si è tenuto nei giorni scorsi a Catania.
E’ stata l’occasione per denunciare la scarsa attenzione da parte degli enti locali, la mancanza di un piano industriale e una fiscalizzazione pressante che frenano il rilancio e lo sviluppo del settore occupazionale e manageriale in Sicilia e in Italia.
Non ci dilungheremo sulle cifre e i dati, e nemmeno sul disegno di legge che dovrebbe semplificare le dirigenze a tre livelli, Stato, regioni ed enti locali. Sono cose da tecnici e ai tecnici volentieri li lasciamo.
Purtroppo, quando si parla di dirigenti pubblici quello dell’esecrazione è il sentimento più spontaneo e più condiviso. Non ci uniamo al coro. Quello che invece bisogna affrontare, a ciglio asciutto, e con una risolutezza pari alla lucidità, è il problema delle responsabilità.
Si tratta  essenzialmente di questo: la dirigenza ha il compito fondamentale di assicurare l’attuazione dei programmi politici, garantendo, però, i principi generali di buona amministrazione, parità di trattamento, imparzialità, economicità, efficienza e legalità. Ogni fine politico può essere conseguito, purchè le strade siano quelle corrette.
Purtroppo, però, la politica è indotta dalla fretta, dalla necessità di mettersi subito in bella mostra, dalla ricerca spasmodica del consenso, dalle continue e costose campagne elettorali, dai confronti all’interno delle alleanze di governo e delle correnti dei partiti, a scegliere strade e percorsi non sempre rispettose della legalità.
Il dirigente davvero capace non è quello che “accontenta” il referente politico, facendo finta di non vedere, ma chi riesce egualmente a conseguire il risultato, nei tempi e con le modalità corrette, assumendosi la responsabilità anche nei confronti della politica.
La visione che ha la politica, invece, è un’altra: il dirigente “bravo” è quello in “sintonia”, che esegue senza fare storie, perché condivide “politicamente” la “linea”, grazie anche a stipendi da favola, doppi e tripli incarichi.
Un esempio lampante è il caso dell’Ato Acque catanese, un ente in liquidazione che vanta una pianta organica davvero originale: due soli dipendenti ed entrambi dirigenti con compensi mensili non certo da fame, ai quali si aggiungono spesucce inutili che fanno lievitare ulteriormente le uscite.
A questo punto il lettore si chiederà e ce lo chiediamo anche noi: perché tanti inutili slogan e proclami altisonanti sulla “spending review” se poi la pubblica amministrazione continua a sperperare denaro pubblico resistendo a qualsiasi tipo di razionalizzazione?
La verità, senza addentrarci nel groviglio delle formule che gli esperti propongono è che lo Stato non siamo noi. Lo Stato sono loro. Il paese dei burocrati, la repubblica dei “mandarini” al servizio della politica. Una macchina inefficiente e dispendiosa che costa ai contribuenti decine e decine di miliardi di euro.
Secondo i dati dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) abbiamo i dirigenti pubblici più pagati al mondo, il triplo della media mondiale, e gli impiegati pubblici meno produttivi. Sono un esercito di stipendiati dallo Stato, dalle regioni, dai comuni, tra dipendenti a tempo indeterminato e determinato, consulenti, dirigenti e dipendenti di partecipate, una galassia di società come non ne esistono in nessuna parte el pianeta.
La Regione Siciliana ha duemila dirigenti su ventimila dipendenti, eppure la classe politica non dà segno di accorgersene, tanto che intervenendo al “conclave” il sottosegretario al ministero delle Politiche Agricole, alimentari e Forestali Giuseppe Castiglione,  ha parlato di “una strana ma importante stagione delle politica, dove, essendo in corso la programmazione 2014-2020, il contributo dei professionisti a servizio della pubblica amministrazione può cambiare in positivo il processo di sviluppo”. Insomma, detto in soldoni, prepariamoci ad accogliere altri manager, altri consulenti e a sopportare altre spese.
Quando per i più svariati motivi si entra in contatto con dirigenti dell’amministrazione pubblica, l’impressione che se ne ricava non è quasi mai quella di trovarsi di fronte al meglio della nostra classe dirigente, a manager capaci di confrontarsi con i principi fondanti di efficienza, responsabilità e capacità decisionale.
Eppure gli unici veri inamovibili sono loro, anche quando la mancanza di professionalità e competenza porta i super dirigenti della Regione Siciliana a scrivere bandi incompleti o a non saper dare esecuzione a quelli come il Piano giovani, per incapacità organizzativa, sprecando milioni di euro (dei fondi europei) e alimentando disoccupazione e disperazione fra i cittadini.
Questi sono, nella maggior parte dei casi, gli alti funzionari pubblici, inamovibili e longevi, mezzi politici riciclati, dirigenti comunali di fascia alta,  “mandarini” delle municipalizzate incollati agli uffici a dispetto di ogni cambio di governo.
Un’ultima annotazione: Stato, regioni, comuni non possono chiedere sacrifici ai cittadini, se non ne danno essi stessi l’esempio.
Putroppo dobbiamo rassegnarci a trascinarci dietro il cadavere di questa seconda repubblica ancora per un bel pezzo perchè non abbiamo come sostituirlo, visto che sulle riforme si blatera ma non si fa.
Ed è questa sicurezza che dà ai “mandarini” della pubblica amministrazione tanta arroganza e certezza del futuro.
I lettori che con impazienza e non senza angoscia ci chiedono come andrà a finire, si rassegnino. In questo povero, martoriato Paese le cose non finiscono. Marciscono.

S.R.

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