Katya Maugeri

TAORMINA – Raccontare storie da prospettive diverse, utilizzando pellicole e inchiostro, riuscendo sempre ad estrapolare l’essenza dell’animo umano. È quello che è riuscito a fare Pupi Avati, regista pluripremiato, sceneggiatore e produttore cinematografico, che durante la kermesse letteraria di Taormina, Taobuk intervistato dalla giornalista Paola Jacobbi, ha presentato il suo primo romanzo “Il ragazzo in soffitta” (edito da Guanda). Artista poliedrico, affabile, un grande oratore che ha affascinato il numeroso pubblico con aneddoti toccanti e divertenti: dalla donna da sempre desiderata  a quella volta che rinunciò al suo grande amore – il clarinetto – perché uno più bravo di lui rubò la scena, Lucio Dalla. Lo racconta sorridendo e con visibile commozione. Lui che ha sempre vagato magistralmente nella sfera emotiva di ognuno di noi attraverso film indimenticabili, quali: “Aiutami a sognare” con la superba interpretazione di Mariangela Melato fino ai più recenti “Il papà di Giovanna” e “Un ragazzo d’oro”. Ma stavolta sono pagine di inchiostro ad essere presentate ai suoi fedeli spettatori, quelli di un libro che racchiude tematiche a lui care, quali ad esempio la dimensione dell’escluso, la insolita capacità di reagire al dolore e dei segreti laceranti. «Una vera indagine, la mia, quella all’interno dei disturbi della mente, che coinvolgono semprepiù frequentemente la nostra società. Ma le persone “matte” sono quelle capaci di arricchire il nostro bagaglio emozionale».
La storia, che si sviluppa in due città diverse, Bologna, conosciuta benissimo dal regista, e Trieste, «una città che mi sfugge e che ho cercato di immaginare nei dettagli» e descrive il percorso emotivo di chi, come il protagonista, ragazzo segnato da problemi fisici, introverso e avvolto da un’insanabile mancanza di talento può arrivare a compiere terribili azioni nel momento di massimo sconforto e delusione. Lo stile è quello introspettivo, quello che lo contraddistingue da tantissimi registi italiani, «la mia adolescenza da timido mi ha permesso di guardare vivere piuttosto che vivere. Le persone che conoscono bene le dinamiche psicologiche sono quelle che riescono perfettamente a interpretare storie», dichiara il regista. Inoltre afferma quanto la scrittura, al contrario del cinema, riesca a fermare il tempo, a descriverne dettagliatamente il pensiero e andare fino in fondo nello stato d’animo altrui.
Così, il primo romanzo di Pupi Avati mette in luce il lato oscuro del male esaminando e indagando sulla genesi del comportamento malvagio, «la ragione di questo racconto è il voler cercare di capire come si diventa da grandi dei mostri» e noi non possiamo che lasciarsi travolgere dalle sue parole, affidandoci alla sua capacità di indagare la nostra essenza.

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A proposito dell'autore

Katya Maugeri

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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