La festa della mamma corre ogni anno lo stesso rischio del Primo Maggio: essere spalmato da uno spesso strato di melassa zuccherosa che faccia dimenticare i problemi sottesi; e se per quest’ultimo ci pensano i lavoratori a ricordare di tanto in tanto “di che lacrime grondi e di che sangue” il lavoro ( quando c’è e quando non c’è), Save the Children ha provveduto a ricordare quanto sia capitale la questione della maternità, tanto da non poterla relegare solo tra i sentimentalismi commercializzati della società dello spettacolo e del consumo.

Con il 15° Rapporto sullo Stato delle Madri nel Mondo, pubblicato il 5 maggio appena trascorso, Save the Children ha analizzato le condizioni di mamme e bambini in 178 paesi, sulla scorta di 5 indicatori: Lifetime risk of maternal death (la salute materna, e soprattutto la probabilità che una donna intorno ai quindici anni possa morire di parto); U5MR   (Under-5 mortality rate, ovvero il benessere dei bambini, con particolare riferimento alla probabilità di morte entro i primi 5 anni di vita); Expected number of years of formal schooling (aspettative sul livello di istruzione ); Gross national income (GNI) per capita (grosso modo, il reddito nazionale lordo pro capite); Participation of women in national government ( lo Status politico, la partecipazione delle donne nel governo nazionale). Ne è sortita una graduatoria che, ovviamente, presenta negli ultimi posti i Paesi afflitti da guerre, da guerre (in)civili, epidemie, catastrofi naturali ricorrenti, strutture politico-economiche labili e affidate a soggetti ancora più infidi di quelli ai quali siamo abituati in Italia. Insomma, niente di particolarmente nuovo: possiamo sempre mandare qualche spicciolo rimasto nella tasca, tante parole di conforto e qualche bravo missionario. (Il testo integrale del rapporto è disponibile su internet)

Si può invece fare qualche riflessione aggiuntiva su altri aspetti della graduatoria: ad esempio, il trentunesimo posto degli Stati Uniti (paradiso del capitalismo liberale)  e l’undicesimo (in rimonta!) dell’Italia, mentre nella “top ten” si trovano i Paesi nordeuropei con in testa la Finlandia, ma anche la Spagna, il Belgio e la solita Germania. Magari sorvoliamo sugli Stati Uniti, dove la colpa sicuramente non è dei bianchi-anglo-sassoni-protestanti con il fucile sempre a portata di mano, ma dei neri-ispanici-pellerossa e di un sistema sanitario che neanche il buon Obama riesce a rendere democratico; … ma l’Italia! Il Paese del mammismo, della famiglia sopra tutto, dei figli assistiti fino alle soglie della vecchiezza, dei delinquenti che piangono di fronte alla mamma! Abbiamo dunque perso tutto ciò? Perché stanno meglio le mamme e i bambini finlandesi?

Gli è che siamo rimasti fermi ad una organizzazione sociale che ancora vede le donne, nonostante gli indubbi progressi, in una condizione non più sempre subordinata, ma nemmeno affrancata da ruoli ed obblighi stereotipati che non dovrebbero più aver ragione di sussistere: i ruoli direttivi nel pubblico e nel privato (tranne che nella scuola) sono ancora largamente in mano ad uomini, ed anche in politica una reale uguaglianza di opportunità non viene realizzata nemmeno dalla “droga” della “quote rosa”; nella sanità, la percentuale di parti cesarei è sospettamente abnorme; nella scuola, gli asili infantili sono ancora insufficienti e il “tempo pieno” viene osteggiato anziché favorirlo; le separazioni e i divorzi sono ancora immotivatamente procedimenti lenti e farraginosi che rendono tutto più doloroso; e la famiglia vive una fase confusa e anomica di transizione in cui la donna talvolta non riesce ad interpretare correttamente il suo protagonismo, e l’uomo troppo spesso non riesce a sopportarlo. Non pare il caso di citare i femminicidi e il “nuovo mostro di Firenze”, perché qui si tratta della “normalità” sociale e istituzionale, non della patologia; anche se è evidente che le patologie non vengono né a caso né dal nulla.

Evidentemente, dunque, nei paesi nordici la struttura socio-politica ha compiuto i passi necessari per organizzare un sistema di relazioni capace di assistere nel miglior modo la donna, la madre, i bambini; e di conseguenza anche gli uomini. L’Italia  invece, seppur parzialmente, è tra quei paesi che secondo il Rapporto di Save the Children “are failing in fundamental ways to perform functions necessary to meet their citizens’ basic needs and expectations”. Ci tocca invidiare la condizione delle mamme finlandesi.

Dobbiamo guardare a loro, ai Paesi nordici e alla Finlandia, senza trascurare le nostre specificità , se vogliamo maggior attenzione alle problematiche femminili, sostegno economico concreto alla genitorialità, nuclei familiari più sereni, bambini meglio curati e quindi più capaci di autonomia e intraprendenza, uomini meglio in grado di instaurare rapporti di genere maturi ed equilibrati. E, ad esempio, fare differenza tra il/la single e la famiglia numerosa nell’assegnare 80 euro al mese in più.

Post Scriptum: un pensiero particolare deve infine andare alle mamme che ancora fortunatamente ci sono, ma che appartengono ad un mondo che non c’è più; alle mamme che, seppure non finlandesi, dal dopoguerra in poi hanno sostenuto i mariti, guidato i figli, fatto da culla ai pensieri, sorgenti dei sentimenti, radici della vita, sorrette solo dal loro altruismo e dalla loro intelligenza empatica; ciao mamma!

A proposito dell'autore

Dirigente scolastico

Nato a Catania il 17-8 1948, ha terminato gli studi classici presso il liceo “Cutelli” e umanistici presso la facoltà di filosofia. Docente di Storia e Filosofia nei licei di Paternò, Siracusa, Lentini dal 1974. Nel 1983  promotore e organizzatore, in collaborazione con Comune di Lentini, Società Filosofica Italiana e Università di Catania del Convegno internazionale su “Gorgia e la Sofistica”. Nel 2004 e nel 2005 Coordinatore didattico master di 2° livello università “Kore” di Enna; è stato Supervisore SISSIS a contratto presso università di Catania e assessore alla Cultura e Pubblica Istruzione del Comune di Lentini. Dal 2009 Dirigente scolastico prima a Cremona e ora Paternò.

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