La cosiddetta “buona scuola” del Governo Renzi è ormai legge. Non mi soffermerò sulle varie polemiche relative al ruolo dei presidi, alla autonomia degli istituti, ed in generale alle questioni particolari del provvedimento. Mi limiterò a dire che esso, il quale si situa nel solco delle varie “riforme” della scuola degli ultimi vent’anni (a partire dalla riforma Berlinguer), semplicemente non va all’essenziale.

Perché non va all’essenziale? Perché l’essenziale, per la scuola, è educare. Educare significa formare l’umanità delle persone mediante la cultura. La scuola è “buona” (e “vera”) se si conforma al proprio concetto, ovvero se realizza il proprio fine, ossia se favorisce l’educazione mediante la cultura. E’ tuttavia impossibile favorire l’educazione mediante la cultura se si realizzano “riforme” prive di riferimenti culturali. Da circa 25 secoli, ovvero dalla antica Grecia, l’educazione si è basata sulla filosofia e sulle materie umanistiche, come la letteratura, la politica, la storia; si è basata anche sulle scienze, come dimostrano gli studi di matematica, geometria, fisica, cosmologia operati dalla Accademia di Platone e dal Peripato di Aristotele. Da alcuni anni, in Italia, le “riforme” della scuola pretendono invece di riformare la scuola senza un asse culturale, e soprattutto senza avere presente il suo fine educativo. Pretendono cioè di essere “buone” senza conoscere il “bene”, il che è però impossibile. Se la scuola, per essenza, ha come fine quello di educare mediante la cultura, è evidente che una riforma della scuola priva di un orizzonte culturale non può essere educativa, dunque non può essere una buona riforma (e la scuola non può essere una “buona scuola”).

Chiarito l’essenziale, vorrei rimarcare che coloro i quali definiscono questo provvedimento “liberticida” per alcuni suoi aspetti particolari, colgono solo una parte della verità, ma non colgono la parte più importante. Questo provvedimento è liberticida non tanto per questo, quanto perché la vera libertà nasce dalla conoscenza, che sola rende realmente liberi. Questo provvedimento è allora liberticida perché non favorisce la conoscenza del senso e del valore della realtà, la cultura, l’educazione, esattamente come erano liberticide le “riforme” degli ultimi vent’anni. Non è casuale che in questo arco temporale si sia verificato un vero e proprio declino della cultura classica, e con essa della cultura scientifica: se decade la prima, infatti, decade anche la seconda (in ciò non vi è alcuna opposizione fra le “due culture”).

Chi conosce l’importanza della cultura classica per l’educazione dei giovani sa che la scuola dovrebbe dare molto più spazio, almeno nelle medie superiori, alla filosofia, ed in genere, nelle medie inferiori, al sapere umanistico; questo, almeno, rispetto alle lingue straniere, all’informatica ed all’economia – significativa new entry della “Buona scuola” di Renzi –, le quali occupano invece sempre più spazio addirittura nella scuola elementare. L’inglese e l’informatica, così come i vari contenuti tecnici e professionali, sono infatti solo strumenti. Essi sono strumenti volti peraltro, principalmente, ad incrementare la istruzione, che è cosa diversa dalla educazione, poiché si limita a fornire competenze specifiche. Gli strumenti sono sempre subordinati ad un fine, ma una scuola che fornisce soprattutto strumenti inadatti al fine per cui esiste (l’educazione) non realizza il proprio fine, e dunque, oltre a non essere una “buona scuola”, non può forse nemmeno essere una scuola. Come insegna infatti Aristotele, se cambia il fine cambia anche l’essenza di un ente, dunque cambia l’ente stesso, il suo concetto, e per conseguenza dovrebbe cambiare anche il nome; molti istituti superiori si stanno in effetti sempre più trasformando in meri luoghi di “intrattenimento e socializzazione per il futuro avviamento al consumo”.

Mi scuso per l’eccesso di critica, dovuto alla amara constatazione, ogni anno più evidente in università, del decrescente livello culturale dei giovani, che compromette la loro stessa possibilità di essere felici. Purtroppo infatti i ragazzi hanno nelle scuole medie, inferiori e superiori, la principale possibilità di comprendere – mediante soprattutto la cultura umanistica – il loro fine di uomini, il come fare per vivere bene ed essere felici. Affinché un giovane possa formarsi in senso ampio, è necessario che diventi progressivamente consapevole, mediante la cultura, di cosa significa essere uomo, del mondo in cui vive e del modo in cui potersi in esso umanamente realizzare. Il solo sapere che consente di riflettere su queste tematiche è appunto quello umanistico, ed in particolare quello filosofico classico. La diffusione di questo sapere costituisce il fine che una scuola che voglia realmente educare dovrebbe ritenere prioritario.

La riforma della scuola può diventare “la madre di tutte le riforme” – come suole dire l’attuale Presidente del Consiglio – solo avendo presente quanto qui affermato. Per comprendere il motivo per cui siamo così distanti anche solo dal tematizzare quanto sopra, occorre comprendere il fine del sistema in cui siamo immersi. Poiché il fine dell’intero determina la forma che assumono le parti (le quali a tale fine devono essere organiche), è necessario avere presente che il fine del sistema capitalistico è la realizzazione del massimo profitto. Dato che questo è il fine del sistema, difficilmente il fine di quella sua parte che è la scuola potrà essere la educazione dei giovani, mediante la cultura classica, alla buona vita. Per la cultura classica, infatti, la buona vita si basa sulla ricerca della verità e del bene, e si oppone dunque per principio ad ogni concezione della vita basata sul denaro come fine orientativo.

Penso sia inutile proporre queste riflessioni all’attuale classe politica: qualsiasi contenuto, infatti, è irricevibile se il destinatario è irriformabile. Tuttavia sono riflessioni che affido volentieri ai tanti docenti e genitori che animano, con la loro educata umanità, la nostra scuola, e verso i quali la gratitudine non sarà mai troppa.

A proposito dell'autore

Luca Grecchi insegna Storia della filosofia alla Università degli studi di Milano Bicocca. E’ direttore della rivista di filosofia Koinè, ed autore di una trentina di volumi principalmente sulla antica filosofia greca. Fra i suoi libri principali Conoscenza della felicità (Petite Plaisance, 2005) ed A partire dai filosofi antichi (Il Prato, 2009, con Enrico Berti).

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