Marco Iacona –

Parliamo del tuo nuovo libro, Alfio Caruso: “Quando la Sicilia fece guerra all’Italia” ediz. Longanesi. I tuoi argomenti preferiti sono la storia della Sicilia e dei siciliani. Ma è proprio vero che sulla Sicilia più si scrive o si racconta più c’è da scrivere o da raccontare?

“Che sulla Sicilia, ci sia tanto da raccontare, è indubbio. Che sia il mio argomento preferito un po’ meno: occupa solo cinque degli oltre venti libri scritti”.

 

In un tuo vecchio libro (“Perché non possiamo non dirci mafiosi”) introduci questo originale acronimo Pus – Partito Unico Siciliano – e ne parli anche nel tuo nuovo libro, vuoi spiegare di cosa si tratta?

“E’ il partito che racchiude il peggio di noi. Scavalca le ideologie, raggruppa imprenditori, professionisti, politici, boss mafiosi aggregati dalla massoneria e tesi alla gestione del potere. Lo compongono i soliti cinquanta cognomi, capaci di baciare ogni culo continentale in circolazione pur di mantenere i propri privilegi”.

 

Mentre al nord si faceva la resistenza e si compivano vendette contro i fascisti, in Sicilia nel periodo 1943-1950, quello di cui ti occupi, si combatteva una strana guerra. Si può dire che fu una sorta di lotta di tutti contro tutti? Quale sintesi storica se ne ricava?

“Fu il capolavoro politico del Pus. Gestendo dall’indipendentismo al banditismo, Giuliano su tutti, dalla guerra per il pane alla rivolta del <Non si parte> obbligò la nuova Italia a riconoscergli un ruolo preminente nella gestione della Sicilia. Con la benedizione degli Stati Uniti nell’isola si combatté la più calda delle guerre fredde. Vennero fatte le prove generali degli equilibri, che sarebbero stati poi imposti a Roma”.

 

Il ruolo della massoneria, a quel tempo, In Sicilia?

“Preminente. Costituì la camera di compensazione delle diverse anime del Pus, le mise in contatto con gli emissari statunitensi, obbligò gl’italiani ad accontentarsi di una democrazia zoppa”.

 

Chi erano i circa duemila morti del periodo? Soprattutto: perché morirono, cioè per quale causa lottarono?

“Soldati, poliziotti e carabinieri morirono per affermare la presenza dello Stato. Comunisti e sindacalisti nel nome di un nuovo ordine sociale e per regalare un futuro migliore ai figli. I banditi perché convinti di potersi imporre con le armi. I fascisti nel folle tentativo di trasformare la Sicilia in una Vandea. Gl’indipendentisti, assai pochi, perché coinvolti in un gioco più grande di loro. Purtroppo a crepare furono soprattutto i poveri cristi, vittime sacrificali delle prove di forza altrui”.

 

I guai per la Sicilia – guai nel senso di prevalenza di poteri occulti, mancanza di riferimenti politici credibili all’interno di uno spazio legale – sono iniziati proprio nell’intervallo di tempo 1943-50?

“Basti dire che Cosa Nostra grazie ai rapporti instaurati con gli americani durante l’invasione e alla gestione di Giuliano si trasformò da fenomeno regionale, quale era stato fin lì, in fenomeno nazionale e, da lì poco, internazionale. L’utilizzo di Giuliano fu magistrale: dapprima lo elevarono a pericolo pubblico numero uno, poi trattarono con i rappresentanti delle Istituzioni la sua consegna. E naturalmente Turiddu non poteva arrivare vivo dentro un tribunale. Vi ricordate la frase di Riina: per fare la pace, bisogna prima fare la guerra?”.

 

 

 

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