Marco Iacona –

Sedotta e abbandonata (1964) è uno degli ultimi film di Pietro Germi, regista genovese morto a Roma il 5 dicembre 1974. Girato nella patria dei siciliani così vicini al carattere schivo del regista. Al suo aspetto fisico, perfino. Sicilia il cui stile è metafora di ciò che è ancor più grande, come dirà Leonardo Sciascia, un mistero svelato che la fotografia di Germi cattura con intensità e divertimento. Lui è un regista in bilico tra percezioni diverse; vincolato alle questioni sociali raccolte con condensato d’acutezza. I premi vinti sono lì a testimoniarlo: Oscar per il soggetto originale di Divorzio all’Italiana nel ’61, altre nomination, premi per miglior film a Cannes e Berlino, e due David di Donatello. Fin da ragazzo era innamorato del cinema – seguì i corsi al Centro sperimentale di cinematografia a Roma – aveva iniziato come attore, quindi in tempo di guerra riuscirà a diventare assistente di Alessandro Blasetti.
Ma nella parte finale della vita il canto ironico di un’Italia arretrata e misera (anche moralmente) darà spazio alla fuga, alla via del bosco in direzione di valori minimi forse un po’ retorici: amicizia spassionata e sana ignoranza che colmano i vuoti di un mondo caotico. Germi è pronto a cogliere il minimo mutamento, il breve scarto da un’Italia che ha bacchettato per anni. La pellicola cinematografica infine si è impressa dei suoi umori sapidi, così intelligenti così stramaledettamente italiani. Come i grandi artigiani e maestri, il grande Germi finirà col raccontare se stesso attraverso la società e la gente.
Qualsiasi cosa si pensi di lui un fatto però non lo si potrà negare: che non mancasse di spirito. Di quel non-so-cosa metà esatta tra la presa per i fondelli – quella del punto e accapo – e il lampo decodificante ancorché antintellettualistico, implicante pronta e sicura “soluzione”. Quando don Vincenzo Ascalone (cioè Saro Urzì), protagonista di Sedotta e abbandonata appare in strada in un paesello della Sicilia interna, il sonoro è del tipo duello genere western. Nella presa in giro dell’anti-antieroe, la verità che macchina da presa e gusto (novello) per quel cinema di “denuncia” rendono dal lato esclusivamente comico: il lato debole della società siciliana, chiusa nel particolarismo e nel senso dell’“onore”. Null’altro che mezzi per fronteggiare occhi, orecchie e bocche dei velenosissimi paesani.
Il tema del film – che sfiora il capolavoro come il precedente Divorzio all’italiana – è l’eterna ragione degli altri che muta nel gusto per il divertimento, in compagnia di quel dramma dell’infrangersi dei propri valori e del proprio “onore”. A far da medium la certezza di una legge – farsa nella farsa – non plus ultra della forma: svuotata del proprio significato di pubblico principio. In Sicilia ogni fatto si coniuga al singolare, il silenzio è bene supremo dice Germi. Unica materia d’eccezione, ciò che si può e si deve recitare come si fosse in teatro, se l’“onore” riacquisito – da riacquistare con violenza – lo permette.
Quando nel 1946 uscì con un proprio film che non poté essere classificato tra le pellicole neorealiste perché strizzava l’occhio al giallo e ai generi americani (Il testimone con la sceneggiatura di Zavattini e la partecipazione del siciliano Ernesto Almirante zio di Giorgio), Germi vinse immediatamente un Nastro d’Argento. Notevoli per coraggio e gusto nell’affrontare temi non facili – come mafia e miseria – furono In nome della legge del ’49 e Il cammino della speranza del ’51. La dimensione intima legata all’individuo viene fuori ne Il ferroviere del 1956 da lui stesso interpretato e ne L’Uomo di paglia del ’58 con se stesso ancora come protagonista. Apprezzati dal pubblico ma non dalla critica pronta a definire quei film lavori sentimentali, straboccanti moralismo borghese.
La risposta del regista non tarderà a farsi sentire. Prima con una non facile trasposizione sullo schermo del romanzo di Carlo Emilio Gadda Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (Un maledetto imbroglio: tra i primi film polizieschi), poi coi già citati Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata divenuti veri e propri classici. A concludere la carriera del regista morto a sessant’anni, il riuscitissimo – trevigiano – Signore e signori (1966) con Alberto Lionello, Gastone Moschin e Virna Lisi e il singolare ma onorevole Serafino (1968) con un bravo Adriano Celentano, Ottavia Piccolo e l’indimenticabile Francesca Romana Coluzzi. Pellicola che celebra a suo modo le aspirazioni libertarie di un contadino abruzzese.
La vita di Germi si concluderà con Alfredo Alfredo (1972) con Dustin Hoffman e Stefania Sandrelli già protagonista delle commedie siciliane, film che è seguito ideale e altrettanto pessimista di Divorzio all’italiana. Ed anche col soggetto di Amici miei – Germi non farà in tempo a girare il film, poi diretto da Mario Monicelli – che ha per tema l’amicizia tra alcuni signori di mezz’età. Amicizia che si consuma tra pazzie e amarezze per il tempo che passa inesorabile. Siamo a metà dei Settanta, senza scandalo: si stava meglio quando si stava peggio.

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